giovedì, Settembre 29, 2022
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    "Io contro te": fenomenologia del confronto nell'epoca della pandemia di Covid-19

    Non è certo la prima volta che gli esseri umani sono così divisi tra loro: tensioni etniche, corsa agli armamenti, rivalità imperialistiche hanno, nel corso della storia, generato condizioni d’esistenza atroci e, per certi aspetti, più crudeli di quanto stiamo vivendo da due anni a questa parte.

    Credo, tuttavia, che se i paragoni storici sono quasi sempre azzardati, lo è meno affermare che il livello di incomunicabilità tra posizioni, tra persone, tra intellettuali, tra società civile e istituzioni abbia assunto, oggi, aspetti inediti. Pro-vax contro no-vax, smart-vax, si vax ma no Green pass, ecc.. configurano un contesto interattivo che ricorda più le sfide tra squadre di calcio, piuttosto che il confronto tra pensieri critici.

    No, oggi il dialogo assume i connotati di un incontro di box in cui l’obiettivo è distruggere il contendente. L’altro, cioè, non è mai un arricchimento, ma qualcuno idiosincraticamente incapace di farmi cambiare idea, o almeno di suggerirmi modi di spuntarne i contorni. Nei social, poi, tale assetto raggiunge la sua massima espressione.

    Non ci interessa. O almeno, non ci interessa più. Ciò che i mass media e una determinata area politica avevano fatto con il terrorismo islamico e l’Islam prima, con l’integrazione e il fenomeno migratorio poi, assume qui la massima espressione di mortificante asfissia del dialogo. Abbiamo, dunque, chi sposa in toto le istanze interculturaliste, perché “integrare” e “accogliere ” è bello; chi d’altro canto, vuole un’Italia solo per gli “italiani” (che poi, ancora non si comprende affondo il fondamento ultimo di questa supposta italianità. Quell’abominio che è lo ius sanguinis non ha alcun fondamento scientifico di stampo biologico, a proposito di “agire con razionalità” e secondo “scienza”. Mi chiedo quale senso possa avere ancora tale categoria giuridica).

    Bam! Fine del dialogo. Che abbia inizio la cristallizzazione delle idee, senza la benché minima curiosità per i sentimenti dell’altro.

    Non c’è spazio al dubbio, alla domanda sincera. Si delegittima lo smarrimento, la crisi, perchè “non puoi avere dubbi; i vaccini servono/non servono; il processo semantico-concettuale resta lo stesso, cambia solo il colore della bandiera.

    Benché con alcuni elementi di novità, ancora lungi dall’essere accuratamente chiariti, tale contesto relazionale segue logiche sotterranee già note ad alcuni antropologi e studiosi della comunicazione umana.

    Durante la sua ricerca di dottorato, le cui scoperte confluirono nell’elaborazione della sua prima opera dal titolo “Naven“, Gregory Bateson aveva osservato che gli uomini e le donne Iatmul della Papa Nuova Guinea tendevano a comportarsi in modo così radicalmente diverso, occupando posizioni diametralmente opposte, da rischiare di far collassare la coesione sociale dell’intero gruppo.

    Bateson notava che gli uomini erano dediti alla caccia e alla guerra, avevano atteggiamenti duri, rocciosi, aggressivi. Tra di loro si litigava spesso. Le giornate delle donne, in posizione complementare, era totalmente diversa: caratterizzate da uno stile di vita votato alla raccolta della frutta e all’allevamento dei bambini, erano solite cantare insieme. Tra loro vigeva una dolce armonia relazionale.

    Ciò che scoprì Bateson fu sorprendente. Durante un rito chiamato, per l’appunto “Naven”, gli uomini e le donne sceglievano, per un interno giorno e un’intera notte, di “scambiarsi” i ruoli: le donne si vestivano da uomini, con i vestiti tipici di guerra, e iniziavano a scimmiottare la “controparte” maschile: gli aspetti “machi” e crudi erano rappresentati in modo volutamente caricaturale. Al contempo, gli uomini imitavano, esagerando, gli atteggiamenti delle donne, piagnucolando e gesticolando da “femmine”.

    Entrambi i gruppi, cioè, co-costruivano un rito che, per certi versi, può essere interpretato come sorta di pantomima. Tale rito per Bateson ebbe il significato di riequilibrare le tensioni che si andavano via via accumulando tra i due gruppi. Mettersi, cioè, nei panni dell’altro “sesso” aveva lo scopo non soltanto di assumere il punto di vista dell’altro, ma anche di ridurre la crescente polarizzazione di ruoli che avrebbe rischiato di minare la salute collettiva.

    Al fine di spiegare tale fenomeno, Bateson introdusse il concetto di “Schismogenesi” (dal greco antico skhisma (divisione) e genesis (nascita, creazione)) che ha definito come “quel processo di differenziazione delle norme di comportamento derivante dall’interazione cumulativa tra individui“. Detto in altri termini, più due gruppi, due posizioni ideologiche, si confrontano, più si pongono le basi per la creazione di un contesto relazionale determinato da differenze sempre crescenti.

    Il concetto di schismogenesi richiama, dunque, processi di cambiamento incontrollato, ovvero processi di crescita che si rinforzano a vicenda e che prima o poi portano al collasso. Tale epilogo è evitabile se, come sottolinea Bateson, una “terza istanza” subentra nel processo e modifica le relazioni in atto. Tale istanza è a volte rappresentata da un mediatore, altre volte è l’irruzione nel gioco relazionale di un elemento creativo che modifica le regole interattive.

    Successivamente, tale concetto fu utilizzato anche per spiegare fenomeni relazionali diversi tra loro e di differente portata, come la competizione U.S.A.-U.R.S.S. durante la “Guerra Fredda” e le crisi coniugali. Tali conflitti, mutatis mutandis, sembrano seguire sempre un processo identico: la differenza di vedute – ricchezza fondamentale dell’essere umano e che lo ha portato a compiere scoperte meravigliose – può tradursi in lontananza, in lotta, in violenza.

    Se leggiamo gli articoli dei giornali, o ancora peggio ci ritroviamo a seguire qualche programma tv, ci accorgiamo immediatamente che nessuno mostra di essere in “ascolto”, ovvero saper stare in quel particolare posizionamento interno e interattivo di cura dell’altro e di ciò che sta dicendo. Non mi riferisco, certo, al confronto tra persone in cui una delle due parti non segue il benché minimo senso logico, ma a quei confronti tra persone, intellettuali, scienziati o persone comuni che siano, in cui l’humus relazionale è sempre lo stesso: “stai dicendo fesserie, aspetto che tu finisca di parlare per smontare pezzo per pezzo quanto stai dicendo“.

    Perché gli esseri umani fanno tanta difficoltà ad ascoltare? Da un confronto reale, autentico, che poggia su una vera onesta intellettuale ed etica, ci si aspetterebbe un leggero cambiamento. Almeno ogni tanto. Ciò che invece avviene, e qui scorgiamo la grande responsabilità di alcuni media e programmi tv, è l’ulteriore radicalizzazione delle posizioni. Nessun ne esce cambiato, nemmeno un po’. Mai.

    Mi chiedo, allora, quale dialogo, oggi, può davvero recuperare quel brandello di reale democrazia e di principio di intersoggettività da cui ripartire. Perché, se davvero di guerra si tratta, tale conflitto assume i contorni di un’inedita guerra civile tra esseri umani, in cui l’altro mio simile può essere un pericolo perché positivo (vaccinato o meno) o perché “non la pensa come me”.

    Sperare che tale situazione terminerà con la fine dell’emergenza sanitaria è quantomeno un’illusione infantile, come se il problema si riducesse a qualcosa di imponderabile e incontrollabile. Se è vero che il virus sfugge al nostro controllo, la paura che esso genera può essere governata da noi stessi e tra noi stessi.

    Dobbiamo tornare a parlarci davvero; qui è in gioco il profondo senso di unità umana, che dobbiamo proteggere e preservare.

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