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    La relazione uomo-animale domestico: l'antropomorfizzazione come perversione

    “Colui che, deluso e amareggiato dalle debolezze umane, toglie il suo amore all’umanità per darlo ad un cane o a un gatto, commette senza dubbio alcuno un grave peccato, vorrei dire un atto di ripugnante perversione sociale”.

    Così, nella sua opera dal titolo “E l’uomo incontrò il cane” del 1949, Konrad Lorentz, padre dell’etologia moderna, manifestava la sua preoccupazione rispetto ai cambiamenti nella relazione uomo-cane che caratterizzavano la sua epoca. Oggi, a distanza di quasi un secolo, le sue parole suonano come profetiche. 

    Articoli scientifici, discorsi da bar, e in generale l’opinione pubblica insiste molto sulla similarità tra la relazione uomo-cane e la relazione genitore-figlio, come se si volesse legittimare l’attaccamento e l’investimento emotivo nei termini di un legame familiare. 


    Alcuni dati fondamentali

    Oggi, il mercato che ruota intorno alla cura degli animali domestici è stimato in 232 miliardi di dollari, e si prevede che entro il 2027 salirà a 350 miliardi di dollari. Durante la quarantena 7,8 milioni le persone hanno acquistato un cane o un gatto o altri tipi di animali. Così gli animali d’affezione presenti nelle case italiane, già numerosi, sono ancora aumentati di numero raggiungendo, secondo  il rapporto Assalco-Zoomark, il numero di 60,27 milioni, con un rapporto di 1 a 1 tra animali e residenti. Inoltre, il confinamento e le misure di distanziamento dettati dalle norme anti-contagio, sostiene l’Associazione nazionale medici veterinari italiani (Anmvi), hanno di fatto creato dei “cluster chiusi e autoreferenziali”, una specie di “bolla affettiva che si auto-delimita”. Reduci dall’esperienza del lockdown, dunque, gli italiani prevedono di fare della casa il baricentro della loro vita anche oltre il termine della pandemia.


    La pericolosa associazione animale-bambino e  i rischi dell’antropomorfizzazione

    Come emerge dallo studio condotto da Swg per Ca’ Zampa – il primo Gruppo in Italia di Centri per il benessere degli animali domestici – il cane è un affetto molto importante tanto che per il 37% è considerato come un figlio; un dato che sale sensibilmente se si prende in considerazione la generazione Z (raggiunge il 51%) e gli abitanti del Nord Est Italia (41%). Secondo il 17% , ci si sente persino più compresi dai propri animali che da figli (12%), amici (10%) e genitori (9%) e per quasi 8 proprietari su 10 (75%) meritano solo il meglio soprattutto sotto il profilo alimentare (84%). 

    In Italia la spesa dei cibi per i cani e gatti è cresciuta di più rispetto alla spesa per baby care e baby food (il giro d’affari che nel 2017 è di 1,4 miliardi di euro secondo i dati Nielsen). In provincia di Brescia è nata la Doggy e Bag, la prima pasticceria artigianale per animali domestici: lì potete comprare il candoro e il canettone. 

    Associare il rapporto con un cane o un gatto a quello che si intrattiene con un figlio è perlomeno aberrante. Qui non si tratta di grado di amore – puoi adorare un animale sino alla follia, e non ci sarebbe nulla di male – ma di qualità del rapporto sul piano esistenziale: un cane è un animale, ha caratteristiche etologiche – e dunque comportamentali – che nulla hanno a che vedere con la complessità di un bambino. Anche il legame tra genitore e bambino si basa su aspettative legate ad esperienze infantili degli stessi adulti, a ferite mai risolte e ad altri aspetti psicologici che configurano una relazione decisamente più articolata e profonda.  Ciò non toglie importanza né avvilisce il rapporto con l’animale, ma mette in chiaro che la relazione con esso segue logiche e dimensioni emotive totalmente diverse. 

    Quando detto è valido specialmente per ciò che concerne la capacità di educare un cane. Così come rilevato da numerosi esperti di educazione cinofila, trattare l’animale come se fosse un essere umano ha l’effetto negativo di non riuscire a farsi seguire, per il semplice fatti che il cane non capisce il linguaggio umano; piuttosto lo interpreta alla luce della sua natura. Un esempio classico è il non voler costruire una relazione su base gerarchica; il cane, com’è noto, è un animale gregario e ha bisogno di guide e indicazioni forti e chiare. Eludere tali evidenze per abbracciare una supposta uguaglianza uomo-cane, fa male innanzitutto all’animale stesso, e poi all’essere umano. 

    Amare un cane, un gatto o un altro animale significa, innazitutto, riconoscerne le sue intrinseche specificità. Piegare la loro natura per illuderci che siano “come le persone” rischia di farci dimenticare che, come esseri umani, il rapporto con gli altri esseri umani è imprescindibile, così come il rapporto con gli animali.

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