sabato, Maggio 18, 2024
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    Arrestato il Boss Matteo Messina Denaro

    Ieri mattina è stata segnata la fine di un’epoca.

    Matteo Messina Denaro, il boss di Cosa nostra, nato a Castelvetrano il 26 aprile 1962, ricercato da quasi 30 anni, è stato arrestato presso la clinica oncologica privata La Maddalena di Palermo.

    Il super-ex-latitante, sotto il nome falso di Andrea Bonafede, si era ricoverato in giornata per sottoporsi a una seduta di chemioterapia, per via del recente peggioramento delle sue condizioni di salute.

    Stando a quanto dichiarato nella conferenza stampa di ieri del generale Pasquale Angelosanto e dei procuratori Maurizio De Lucia e Paolo Guido, il successo dell’operazione congiunta del GIS (Gruppo di Intervento Speciale, nato nel 1978 come unità d’élite dei Carabinieri) e del ROS (Raggruppamento Operativo Speciale creato nel 1974 dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa) è stato frutto di un’attività costante delle forze dell’ordine che va avanti da tre decadi.

    Così come avvenne per l’arresto del boss Bernardo Provenzano nel 2006, le indagini si sono concentrate sull’osservazione e l’individuazione dei complici da un lato; e sull’impoverimento del patrimonio umano ed economico di Cosa Nostra dall’altro.

    «Negli ultimi 10 anni, sostiene il generale Angelosanto, ci sono state infatti un centinaio di misure cautelari e la confisca di un patrimonio di circa 150 milioni di euro.

    La cattura di Messina Denaro, quindi, non è stata dovuta al fatto che ci sia stato un errore da parte dell’ex-latitante o perché le indagini a un certo punto siano state metodologicamente più efficienti.

    La sua rete di contatti è stata osservata, studiata e indebolita progressivamente, costringendo quest’ultimo a dover fare affidamento a un numero inferiore di persone; e, così facendo, il quadro di conoscenze sul caso si è arricchito sempre di più».

    Un estratto fotografico della conferenza stampa di ieri. Da sinistra a destra, i procuratori Paolo Guido e Maurizio De Lucia; e il generale Pasquale Angelosanto.

    I mezzi utilizzati sono stati quelli già adottati dal generale Carlo Alberto dalla Chiesa, ossia osservazioni, pedinamenti e intercettazioni; e altri strumenti tecnologici, verosimilmente l’utilizzo di satelliti, microspie, basi dati e telecamere nascoste.

    Il procuratore Guido ha fatto riferimento anche ad altri strumenti “attualmente non rivelabili”, probabilmente anche per evitare che la mafia possa trovare contromisure per renderli meno efficaci in futuro.

    Le intercettazioni, in particolare, sono state uno strumento fondamentale, ed è per questo che secondo il procuratore De Lucia sono necessarie.

    È stato proprio grazie a quest’ultime, infatti, che sono stati scoperti i problemi di salute specifici di Messina Denaro, in cura da due anni per un tumore al colon con metastasi al fegato.

    È stato proprio per via di questa informazione preziosa che nelle settimane precedenti i carabinieri hanno ricavato dagli archivi del servizio sanitario nazionale una lista – gradualmente scremata – delle persone in cura per la stessa patologia.

    Le 3 foto sopra sono le uniche autentiche di Matteo Messina Denaro da giovane, in mano alle forze dell’ordine prima del suo arresto. Le 3 foto sotto, invece, sono ricostruzioni al computer del presunto aspetto del boss 30 anni dopo.

    L’operazione è stata organizzata il giorno prima della visita in ospedale di Messina Denaro e, stando a quanto dichiarato in conferenza stampa dagli inquirenti, il personale della clinica non è stato coinvolto.

    Il generale Angelosanto ha spiegato che l’operazione è avvenuta su due livelli, uno per identificare le persone e un altro per garantirne la sicurezza. Un terzo gruppo è entrato nella clinica.

    Il colonnello Lucio Arcidiacono, la persona che ha messo le manette al boss, ha dichiarato che quest’ultimo non ha opposto alcuna resistenza, anzi ha ammesso subito la sua vera identità senza negarla o tentare di fuggire.

    Gli unici elementi in mano agli inquirenti per riconoscerlo erano delle foto di circa 40 anni fa, un identikit digitale con profilo invecchiato sorprendentemente simile al suo viso attuale, e una registrazione della sua voce di 30 anni fa, che però non è servita ai fini del riconoscimento.

    In foto, il colonnello Lucio Arcidiacono durante la conferenza stampa di ieri.

    La diceria che il boss si fosse sottoposto a interventi di plastica facciale per rendersi irriconoscibile è stata, quindi, immediatamente smentita.

    Ad accompagnare l’ex-latitante in ospedale è stato un uomo della provincia di Trapani, a quanto pare incensurato per non attirare l’attenzione, colto in flagranza di reato secondo gli articoli 390 e il 416 bis 1.

    Secondo le dichiarazioni degli inquirenti, al momento dell’arresto Messina Denaro sembrava “in linea col profilo di un utente medio”, verosimilmente per passare quanto più inosservato possibile. Ben vestito e in apparente stato di buona salute, “indossava un orologio Jack Miller da 30-35 mila euro”.

    Secondo gli inquirenti, il boss si sarebbe trovato costretto a uscire allo scoperto per i suoi problemi di salute. La sua prima visita pre-operatoria era stata nel novembre 2020, alla quale hanno fatto seguito la prima operazione nell’ospedale Abele Ajello di Marsala; e la seconda alla clinica La Maddalena di Palermo nel maggio del 2021.

    Negli ultimi due anni aveva effettuato almeno altri sei accessi in ospedale. L’ultimo controllo prima dell’arrestato di ieri è stato nel dicembre 2022 per sottoporsi a una risonanza magnetica e altre analisi, in modo da poter stabilire un nuovo iter terapeutico.

    Una recente fotosegnaletica di Matteo Messina Denaro, che – come è possibile vedere – è molto simile alla ricostruzione computerizzata del suo aspetto ad opera degli esperti.

    Sono ancora da accertare le complicità del personale della clinica e della sua rete di contatti nella “borghesia mafiosa” che lo ha protetto finora, e le perquisizioni sono ancora in corso. Si stima che il boss sia in possesso di un tesoro di miliardi di euro.

    Il procuratore De Lucia smentisce la tesi secondo la quale l’ex-latitante fosse l’ultimo padrino, l’ultimo capo dei capi dopo l’arresto di Bernardo Provenzano nel 2006:

    «La leadership di Cosa nostra non è mai stata patrimonio esclusivo del boss trapanese, perché di regola il capo dovrebbe essere palermitano.

    Ad ogni modo, Messina Denaro, si era da sempre contraddistinto all’interno dell’organizzazione per la sua capacità di essere presente negli affari più importanti e mantenere relazioni con altre organizzazioni…

    È per questo che non possiamo ancora considerare sconfitta la mafia».

    Il murales che raffigura il volto di Matteo Messina Denaro è stato disegnato alle spalle della Cattedrale di Palermo il 26 Aprile del 2008, in coincidenza della ricorrenza del compleanno del boss trapanese.

    Alla versione degli inquirenti si contrappone un’altra storia, quella raccontata a Massimo Giletti il 5 novembre del 2022 dal pentito Salvatore Baiardo, ex persona di fiducia di boss mafiosi.

    Nelle sue “dichiarazioni shock” (estratte dal servizio di “Non è l’Arena” del 5 novembre 2022, tra il minuto 39 e 43:30), Baiardo diceva:

    «E magari chi lo sa che avremo un regalino… Che magari Matteo Messina Denaro sia molto malato… Che faccia una trattativa lui stesso di consegnarsi e fare un arresto clamoroso… E così magari arrestando lui esce qualcuno che ha l’ergastolo ostativo senza che ci sia il clamore… la cattura del boss sarebbe un fiore all’occhiello, un bel regalino al nuovo Governo (guidato da Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi)…

    E tutto magari è programmato già da tempo… Tutto è possibile… Cosa aveva detto il generale Delfino al Ministro Martelli? Le faccio un regalo: le consegnerò Totò Riina prima di Natale… Perciò, c’è stata una trattativa Stato-Mafia per l’arresto di Riina, o no?Per l’arresto di Matteo Messina Denaro ci sono delle date che parlano, non è che me lo sto inventando… È arrivato questo momento, e la vicenda è intrecciata con la questione del carcere ostativo: così com’è stato negli anni addietro…

    Lascia perplessi, se questo si avvererà… Se non si avvera la gente dirà: guarda, Baiardo ha raccontato un’altra fesseria».

    La risposta del premier Giorgia Meloni arriva ieri:

    «Ma quale trattativa? Non serve accordarsi con la mafia per batterla… Chi fa complottismo parlando di “trattativa” a proposito dell’arresto di Matteo Messina Denaro lo fa per attaccare il governo, ma ci sono materie su cui la politica dovrebbe passare in secondo piano…

    Francamente non riesco a capire. Quando si parlava della trattativa, anche in questa intervista, si faceva riferimento al fatto che lo Stato stesse trattando di fatto lo smantellamento del carcere duro, che è un rischio che lo Stato Italiano ha corso.

    Il primo provvedimento di questo governo è stata la difesa del carcere ostativo, del carcere duro. Matteo Messina Denaro andrà al carcere duro perché quell’istituto esiste ancora grazie a questo governo. Quindi (Baiardo e chi la pensa come lui, ndr) dovrebbero spiegarmi su cosa sarebbe stata fatta questa trattativa».

    Non è ancora chiaro cosa stia succedendo all’interno di Cosa nostra e chi prenderà il posto di Messina Denaro nell’organizzazione.

    Nonostante le dichiarazioni degli inquirenti, c’è chi sostiene che le autorità sapessero da tempo dove stava il boss, non arrestato finora solo per via degli accordi esistenti tra Cosa nostra e lo Stato.

    Se questa teoria fosse vera, sarebbe improbabile che si verifichi una guerra all’interno dell’organizzazione, in quanto la successione al trono sarebbe già stata pianificata prima dell’arresto di Messina Denaro.

    Ci si chiede se il boss parlerà, se gli verrà consentito di parlare o se morirà prima che possa farlo, considerando le sue condizioni di salute.

    Tra i numerosi delitti, Messina Denaro è ritenuto corresponsabile delle bombe del 1992-1993, tra i mandanti della strage di Capaci (dove persero la vita il magistrato Giovanni Falcone, sua moglie e tre agenti della scorta) e di via D’Amelio (dove morì il giudice Paolo Borsellino e 5 agenti della sua scorta) del 1992; dell’attentato a Maurizio Costanzo a Roma, e delle stragi di Firenze e Milano del 1993.

    Per via della gravità delle accuse, il boss sarà recluso nel carcere duro previsto dall’articolo 41 bis.

    In foto, il “Murales Falcone e Borsellino” in memoria dei giudici uccisi dalle stragi mafiose del 1992, in via Mura della Lupa 1 a Palermo

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