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    Epistemologia del potere: il popolo eletto di Geova.

    Di Marco Inghilleri

    Con gli ebrei l’epistemologia del potere raggiunge il culmine della sua espressione, in quanto concezione trascendentale dell’ordine. Il dominio diventa sui generis: divide l’indivisibile per forza di decreto. Relegare il Geova degli ebrei a semplice scelta monoteistica in seno a una natura multiforme o tra le divinità che popolavano il mondo pagano è una semplificazione eccessiva. In realtà tentativi del genere erano nell’aria da secoli, prima che il giudaismo acquisisse rilievo diventando, nella sua forma cristiana, una religione mondiale.

    Né gli ebrei furono i soli a considerarsi “popolo eletto”: è questo un arcaismo tribale che la maggior parte dei popoli dapprima illetterati e poi letterati simbolizzano nel loro linguaggio etnico, laddove descrivono se stessi come Il Popolo, e gli altri come stranieri o Barbari. Ciò che costituisce l’unicità della Bibbia è che essa è auto-derivativa: la volontà di Dio, per così dire, è Dio. Per spiegarla non c’è bisogno di nessuna cosmogonia, morale o razionalità ed è dovere dell’uomo obbedirle senza discutere. Quando Mosè incontra Geova per la prima volta e gli chiede il suo nome, la risposta ha un tono schiacciante: Io sono colui che è. E ancora: Colui che è mi ha mandato da te. Ciò che si trova di fronte a Mosè non è semplicemente un solo Dio o un Dio geloso, si trova di fronte ad un Dio senza nome la cui trascendenza lo separa da tutto ciò che è al di là della Sua esistenza e volontà. Il concreto diventa ora un puro prodotto dell’universale: il principio per cui l’animismo e le prime cosmogonie s’evolvevano dal particolare al generale è stato così totalmente capovolto.

    L’ordine delle cose non va dalla natura al Soprannaturale ma da questo a quella. Tipicamente, la nozione biblica di creazione non è una cosmogonia speculativa, ma una professione di fede nel Dio inteso come Signore. Il mondo gli appartiene ed egli lo regge con il suo potere. Un mondo intriso di gerarchie, di governanti e governati su cui presiede quell’astrazione innominata, il Signore. L‘uomo, visto con gli occhi del Signore, è un’infima creatura abbietta, eppure, visto con i nostri occhi, é a sua volta un gerarca. Infatti, il Signore ordina che Noè sia “temuto” da “ogni bestia della terra”, da “ogni uccello della terra” e da “tutto ciò che si muove sulla terra e […] tutti i pesci del mare”. La comunicazione che l’animista consegue magicamente con l’animale cacciato, dapprima come essere individualizzato poi come epifenomeno d’uno spirito della specie, viene ora trasformata in “paura”.

    Il fatto che gli animali possano provare “la paura” testimonia ancora della loro soggettività – un sentimento che, ironia della sorte, condividono con gli uomini ispirati dal “timor di Dio” – ma si tratta di una soggettività sottoposta al dominio dell’uomo.E, altrettanto significativamente, anche la gente è tutta avvolta in una trama di dominio. Il potere biblico è il mana che tutti i padroni usano contro i loro schiavi. Non è, dunque, difficile capire perché la bibbia ebraica sia divenuta un documento universale, il codice supremo dello Stato, della scuola, della fabbrica, della politica, della famiglia. Si tratta di un mana fornito di trappole metafisiche che lo rendono praticamente invulnerabile all’incredulità che un mondo viepiù secolarizzato rivolge al mana del capo-guerriero, del re-dio, del patriarca domestico. Il pensiero ebraico non soppianta completamente il pensiero mitopoietico. Esso, in realtà, crea un nuovo mito – il mito della Volontà di Dio. Tuttavia, nelle ingiunzioni di Geova è implicato qualcosa di più del mito. Dietro le vicende, gli episodi, nella storia contenuta nella Bibbia ebraica c’è un crescente apriorismo filosofico che collega la sovranità umana con il comportamento aggressivo.

    Il perpetuamento della gerarchia, di fatto, vi appare come una faccenda di sopravvivenza dell’uomo di fronte a forze inesorabili. La volontà di Geova perfeziona la crescente separazione tra soggetto ed oggetto e, quel che più conta, la Sua volontà non li divide semplicemente come elementi particolari d’una tendenziale totalità, ma in maniera antagonistica: l’oggetto viene soggiogato al soggetto. La divisione implica una negazione del concreto, della realtà effettuale, del corpo da parte dell’astratto, dell’universale, della mente. Lo spirito può ora contrapporsi alla realtà, l’intelletto ai sentimenti, la Società alla Natura, l’uomo alla donna e l’uomo all’uomo, perché così vuole l’ordine delle cose decretato da “Colui che è” di Geova. Non c’è bisogno di invocare i costumi, la legge od una teoria per spiegare questo ordine. La trascendentale Volontà di Dio – un Dio che è sui generis – ha decretato quest’ordine. Non sta all’uomo discutere la sua onnipotenza. Questa separazione religiosa dell’ordine mondiale in termini di sovranità anziché complementarietà tornò (e torna) molto utile ai suoi sostenitori, alle classi dirigenti, allo Stato cui fornì un’ideologia di indiscussa obbedienza, attribuendo al suo modo di governare per decreti la forza delle punizioni e dei premi soprannaturali.

    Questa profonda trasformazione venne realizzata non invocando la natura e le sue divinità – lo spirito dell’orso, le divinità un po’ umane e un po’ animali tipizzate dalla religione animistica degli egizi, o dalle irascibili divinità dei sumeri o dei greci – ma invocando un Soprannaturale completamente disincarnato, astratto, innominato, che consentiva la codificazione della fede pura, senza i vincoli della realtà empirica.

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