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    Se un cieco acquisisse la vista, come vedrebbe?

    Sul finire del ‘600 il filosofo e scienziato irlandese William Molyneux (1656 – 1698) pose un problema al filosofo John Locke (1632 – 1704): se un uomo, nato cieco, acquisisse la vista in tarda età, riuscirebbe a distinguere un cubo da una sfera con la sola vista e senza toccare i due solidi?

    Quando ascoltai questo quesito, risposi istintivamente alla domanda con un secco “sì”. Studiando il tema in maniera più approfondita, scoprì invece che alcuni casi concreti dimostrarono proprio il contrario.

    Il quesito di Molyneux divenne il crocevia di differenti campi d’indagine: medicina, fisiologia, chirurgia, ottica, filosofia, metafisica, gnoseologia e psicologia.

    Nel corso della prima metà del ‘700 ci furono i primi casi di interventi chirurgici riusciti di rimozione della cataratta, grazie ai quali persone nate cieche o divenute tali in giovanissima età acquisirono la vista.

    Ne è un esempio il caso del cieco operato dal chirurgo inglese William Cheselden (1658 – 1752) nel 1728. A seguito dell’operazione il neo-vedente ebbe bisogno di tempo prima di imparare a distinguere gli oggetti con la sola vista e non fu in grado di riconoscere immediatamente ciò che vedeva.

    Ritratto dello scienziato e filosofo irlandese William Molyneux (1656 – 1698), autore del quesito

    Nell’età dei Lumi questa soluzione del problema venne definita “negativa”, in quanto – secondo chi la sosteneva – il neo-vedente non sarebbe riuscito a distinguere gli oggetti con la sola vista senza prima averli toccati.

    Questo punto di vista era fondato sui presupposti empiristici del cosiddetto “associazionismo” teorizzato da John Locke in Essay Concerning Human Understanding (1689) e dal filosofo scozzese David Hume (1711 – 1766) nel suo Treatise of Human Nature (1739): senza aver avuto esperienza dell’associazione tra percezioni visive, tattili e concetti il processo di riconoscimento visivo non è possibile.

    Nel corso del ‘900 la discussione resta ancora viva e viene arricchita dai contributi della neurofisiologia. Riprendendo How the body shapes the mind (2005) del filosofo americano Shaun Gallagher, Eberhard Hildebrandt spiega che l’acutezza visiva di un infante è trenta volte più piccola rispetto a quella di un adulto, la sua percezione della distanza è inizialmente molto limitata e la sua vista non ancora binoculare.

    Non avendo ancora controllo su ciò che vede da un punto di vista cerebrale e non possedendo una grammatica per comprendere e descrivere le proprie visioni, l’infante non ha ancora imparato il linguaggio visivo.

     Il mescolamento dei diversi dati sensibili è, da un lato, l’effetto risultante dall’abitudinaria reiterazione dell’impiego simultaneo dei sensi, e dall’altro la causa della formazione e memorizzazione di rappresentazioni contenenti dati legati alla vista e al tatto.

    La cecità impedisce tale processo di sintesi e sincronizzazione dei due sensi e delle qualità sensibili da essi veicolate. Per questa ragione, nel cervello di chi nasce cieco o lo diventa in giovanissima età, si formano rappresentazioni prive della dimensione visuale, legate ad un mondo che i vedenti difficilmente possono immaginare.

    Alcuni casi di persone che hanno acquisito la vista da adulti hanno dimostrato che, raggiunta una certa età, è impossibile imparare a vedere in maniera “normale” (Das Molyneux-Problem – eine Sensibiliesierung im Hinblick auf Wahrnehmung und Kommunication).

    Essendo il dibattito molto lungo e articolato, riporteremo altri estratti dell’argomento nei prossimi articoli, continuando ad andare più a fondo nella posizione negativa, e spiegando anche le tesi a sostegno della “soluzione positiva” al problema.

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