lunedì, Aprile 15, 2024
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    Esperienze da Gaza – 3 Quale futuro per Gaza? La mia esperienza con la guerra come professionista e come essere umano

    Il dottor Mohamed O AbuShawish, amico caro, ci manda questa testimonianza. Leggiamo e meditiamo.

    La morte non è stato l’unico aspetto doloroso di questa guerra, anche se per alcuni è stato il più duro. Personalmente ho perso tre dei miei cugini, uno dei quali era mio amico d’infanzia, Rami, che era fuggito dal nord di Gaza al campo di Nuseirat in cerca di sicurezza. Rami, una persona gentile e amorevole, era tornato da un viaggio in Turchia poco prima della guerra. I suoi post quotidiani su Facebook mostravano i suoi viaggi. Rami ha affrontato questa guerra come se non avesse piani per il prossimo futuro. Se n’è andato come se non fosse mai esistito. Mi risuonava nelle orecchie la frase “come se non fosse mai esistito”, come disse mio zio Fares nel salutare il figlio martire Omar. Le esperienze di perdita hanno generato grandi dolori e traumi, inizialmente di lunga durata, ma con l’intensificarsi della guerra, lo shock della morte diminuisce, sopraffatto dal caos quotidiano, mentre la morte andava oltre ogni comprensione.

    Lo shock della perdita perse il suo acume e sono apparse frasi come “è stato martirizzato, ora riposerà in pace” o “vorrei che fossimo morti prima”. Nonostante la mia lunga carriera nel campo della salute mentale, trovo difficile classificare queste reazioni. Tuttavia, c’è una scena nel Corano che assomiglia a questa reazione, in cui le persone dicono parole simili di fronte alla catastrofe imminente. In mezzo alla fatica della guerra, altre perdite, come la preoccupazione per la casa, la fame, la povertà, le prospettive infrante, la perdita di speranza e la disperazione di ricevere aiuto, gravano pesantemente sulle persone, formando la triade cognitiva della depressione.

    Ma soccombere alle grinfie della depressione non è un’opzione per le persone qui. L’esaurimento della vita e delle sue necessità , la vita di sfollati, la vita in tende, i prezzi elevati e l’impossibilità  di accedere ai beni di prima necessità, hanno reso il soccombere alla depressione un lusso che la popolazione di Gaza non ha potuto avere. Nonostante la mia ben nota solidarietà , all’inizio della guerra ero preoccupato per le esigenze fondamentali della mia famiglia e volevo restare con loro, e mentre ero immerso nello shock della perdita e della guerra, ho trascurato il dilemma del mio figlio maggiore Ahmed, che avrebbe dovuto finire la scuola superiore e prepararsi per l’università. Ahmed ha perso quest’anno accademico. La sua ambizione e intelligenza, dimostrate attraverso risultati come l’ottenimento di una borsa di studio, la padronanza della lingua inglese e la guida di iniziative comunitarie, hanno tracciato per lui un futuro luminoso. La sua domanda durante la guerra sono state: “cosa mi succederà?” e “L’anno è passato”. Mi hanno colpito come un fulmine. La sua successiva richiesta di trasferirsi in Cisgiordania per frequentare la scuola ha evidenziato queste sue esigenze particolari. Per soddisfarle sono entrato nell’unico ospedale della zona centrale e ho acquisito la forza di interagire in modo più logico con la realtà .

    Ahmed si è impegnato attivamente e ha sostenuto varie iniziative a favore dei bambini, ma l’offensiva di terra della guerra ci ha costretto a lasciare la nostra casa come sfollati a Rafah, che dovrebbe essere un luogo sicuro secondo le istruzioni dell’esercito israeliano. Ma anche lì siamo stati inseguiti dai bombardamenti. Durante questo sfollamento abbiamo vissuto in una tenda, che ricorda l’esperienza dello sfollamento del 1948. 

    Tuttavia non ho interrotto il mio lavoro professionale e mi sono subito impegnato in interventi psicologici. La mia passione per il lavoro si mescolava alla sensazione di aiutare me stesso e la mia famiglia a riprendermi. I diari di lavoro sono diventati storie notturne, aiutando i membri della mia famiglia a resistere attraverso la comune umanità condivisa e l’auto-compassione. In ogni caso, rimangono ancora molte le domande senza risposta: quanto tempo possiamo resistere? Quando finirà  la guerra? Ahmed continuerà  gli studi e andrà  all’università come previsto? Viviamo davvero in un mondo che comprende il significato dell’umanità e dei suoi diritti, oppure siamo in una giungla priva di ogni sentimento e umanità ?

    #Fino a quando!?

    Il Trattato incontra Meri Calvelli

    Meri Calvelli, cooperante della ONG italiana ACS (Associazione di Cooperazione e Solidarietà in Palestina), da decenni interviene con progetti di sviluppo a Gaza ed è la direttrice del Centro Italo-palestinese di Scambio Culturale VIK (dal nome di Vittorio Arrigoni).

    Meri ci ha spiegato che cosa sta accadendo, sottolineando la portata distruttiva della guerra. Importanti le sue riflessioni sulle condizioni sociali e politiche prima del 7 ottobre perché ci aiuta a dare un contesto a fatti che sembrano sfuggire ad ogni ragione.

    Infine, qualche pennellata al quadro sociale della Striscia prima della guerra; una realtà viva, piena di umanità che sognava un’esistenza migliore.

    Conflitto israelo-palestinese: cosa sta succedendo? Il punto di Laura Silvia Battaglia.

    Durante questo video-dialogo, Laura Silvia Battaglia ci ha accompagnato nella comprensione dell’operazione militare israeliana sulla Striscia di Gaza: strategie militari, guerriglia, coinvolgimento degli altri attori regionali. Si approfondiscono, inoltre, gli aspetti culturali e sociali della questione, con particolare attenzione al significato di radicamento alla terra che caratterizza la popolazione gazawa.

    Laura Silvia Battaglia, giornalista professionista freelance e documentarista, lavora come reporter in aree di crisi dal 2007 ed è conduttrice e autrice per RAI Radio 3

    Crimini di guerra nella Striscia di Gaza?

    La prospettiva del diritto internazionale nelle parole di Silvana Arbia

    Proporzionalità, precauzione, separazione. E’ a partire da questi tre pilastri normativi dello Statuto di Roma che la dott.ssa Silvana Arbia delinea il percorso delle possibili incriminazioni contro Hamas ed Israele. Silvana Arbia è stata Chief of prosecutions presso il Tribunale penale internazionale delle NN UU per il Ruanda e poi Cancelliere della CPI, eletta dai giudici della Corte per un mandato di 5 anni dal 2008 al 2013.

    Nelle riflessioni di Arbia, anche la sua idea in merito alle dichiarazioni dei rappresentati del governo israeliano legate alla deumanizzazione e brutalizzazione del popolo di Gaza, tra le quali quelle espresse dal ministro della difesa israeliano. “Discorsi simili”, dice l’Arbia, “li ho sentiti anche in Ruanda”. Sono dichiarazioni da fermare, perché il genocidio si commette anche soltanto con la parola, non c’è bisogno di un atto materiale; basta istigare pubblicamente. 

    L’attuale inazione da parte dell’Occidente è “preoccupante”, poiché bisogna da subito muoversi per accertare la presenza di prove concrete di crimini di guerra. L’accertamento è utile non solo al fine di mantenere integro il sentimento di giustizia della società civile,ma anche per trasmettere quel senso di riparazione e di risarcimento alle persone che hanno subito i torti. Solo così, sottolinea Arbia, una comunità pesantemente traumatizzata può rifiorire.

    Arrestato il Boss Matteo Messina Denaro

    Ieri mattina è stata segnata la fine di un’epoca.

    Matteo Messina Denaro, il boss di Cosa nostra, nato a Castelvetrano il 26 aprile 1962, ricercato da quasi 30 anni, è stato arrestato presso la clinica oncologica privata La Maddalena di Palermo.

    Il super-ex-latitante, sotto il nome falso di Andrea Bonafede, si era ricoverato in giornata per sottoporsi a una seduta di chemioterapia, per via del recente peggioramento delle sue condizioni di salute.

    Stando a quanto dichiarato nella conferenza stampa di ieri del generale Pasquale Angelosanto e dei procuratori Maurizio De Lucia e Paolo Guido, il successo dell’operazione congiunta del GIS (Gruppo di Intervento Speciale, nato nel 1978 come unità d’élite dei Carabinieri) e del ROS (Raggruppamento Operativo Speciale creato nel 1974 dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa) è stato frutto di un’attività costante delle forze dell’ordine che va avanti da tre decadi.

    Così come avvenne per l’arresto del boss Bernardo Provenzano nel 2006, le indagini si sono concentrate sull’osservazione e l’individuazione dei complici da un lato; e sull’impoverimento del patrimonio umano ed economico di Cosa Nostra dall’altro.

    «Negli ultimi 10 anni, sostiene il generale Angelosanto, ci sono state infatti un centinaio di misure cautelari e la confisca di un patrimonio di circa 150 milioni di euro.

    La cattura di Messina Denaro, quindi, non è stata dovuta al fatto che ci sia stato un errore da parte dell’ex-latitante o perché le indagini a un certo punto siano state metodologicamente più efficienti.

    La sua rete di contatti è stata osservata, studiata e indebolita progressivamente, costringendo quest’ultimo a dover fare affidamento a un numero inferiore di persone; e, così facendo, il quadro di conoscenze sul caso si è arricchito sempre di più».

    Un estratto fotografico della conferenza stampa di ieri. Da sinistra a destra, i procuratori Paolo Guido e Maurizio De Lucia; e il generale Pasquale Angelosanto.

    I mezzi utilizzati sono stati quelli già adottati dal generale Carlo Alberto dalla Chiesa, ossia osservazioni, pedinamenti e intercettazioni; e altri strumenti tecnologici, verosimilmente l’utilizzo di satelliti, microspie, basi dati e telecamere nascoste.

    Il procuratore Guido ha fatto riferimento anche ad altri strumenti “attualmente non rivelabili”, probabilmente anche per evitare che la mafia possa trovare contromisure per renderli meno efficaci in futuro.

    Le intercettazioni, in particolare, sono state uno strumento fondamentale, ed è per questo che secondo il procuratore De Lucia sono necessarie.

    È stato proprio grazie a quest’ultime, infatti, che sono stati scoperti i problemi di salute specifici di Messina Denaro, in cura da due anni per un tumore al colon con metastasi al fegato.

    È stato proprio per via di questa informazione preziosa che nelle settimane precedenti i carabinieri hanno ricavato dagli archivi del servizio sanitario nazionale una lista – gradualmente scremata – delle persone in cura per la stessa patologia.

    Le 3 foto sopra sono le uniche autentiche di Matteo Messina Denaro da giovane, in mano alle forze dell’ordine prima del suo arresto. Le 3 foto sotto, invece, sono ricostruzioni al computer del presunto aspetto del boss 30 anni dopo.

    L’operazione è stata organizzata il giorno prima della visita in ospedale di Messina Denaro e, stando a quanto dichiarato in conferenza stampa dagli inquirenti, il personale della clinica non è stato coinvolto.

    Il generale Angelosanto ha spiegato che l’operazione è avvenuta su due livelli, uno per identificare le persone e un altro per garantirne la sicurezza. Un terzo gruppo è entrato nella clinica.

    Il colonnello Lucio Arcidiacono, la persona che ha messo le manette al boss, ha dichiarato che quest’ultimo non ha opposto alcuna resistenza, anzi ha ammesso subito la sua vera identità senza negarla o tentare di fuggire.

    Gli unici elementi in mano agli inquirenti per riconoscerlo erano delle foto di circa 40 anni fa, un identikit digitale con profilo invecchiato sorprendentemente simile al suo viso attuale, e una registrazione della sua voce di 30 anni fa, che però non è servita ai fini del riconoscimento.

    In foto, il colonnello Lucio Arcidiacono durante la conferenza stampa di ieri.

    La diceria che il boss si fosse sottoposto a interventi di plastica facciale per rendersi irriconoscibile è stata, quindi, immediatamente smentita.

    Ad accompagnare l’ex-latitante in ospedale è stato un uomo della provincia di Trapani, a quanto pare incensurato per non attirare l’attenzione, colto in flagranza di reato secondo gli articoli 390 e il 416 bis 1.

    Secondo le dichiarazioni degli inquirenti, al momento dell’arresto Messina Denaro sembrava “in linea col profilo di un utente medio”, verosimilmente per passare quanto più inosservato possibile. Ben vestito e in apparente stato di buona salute, “indossava un orologio Jack Miller da 30-35 mila euro”.

    Secondo gli inquirenti, il boss si sarebbe trovato costretto a uscire allo scoperto per i suoi problemi di salute. La sua prima visita pre-operatoria era stata nel novembre 2020, alla quale hanno fatto seguito la prima operazione nell’ospedale Abele Ajello di Marsala; e la seconda alla clinica La Maddalena di Palermo nel maggio del 2021.

    Negli ultimi due anni aveva effettuato almeno altri sei accessi in ospedale. L’ultimo controllo prima dell’arrestato di ieri è stato nel dicembre 2022 per sottoporsi a una risonanza magnetica e altre analisi, in modo da poter stabilire un nuovo iter terapeutico.

    Una recente fotosegnaletica di Matteo Messina Denaro, che – come è possibile vedere – è molto simile alla ricostruzione computerizzata del suo aspetto ad opera degli esperti.

    Sono ancora da accertare le complicità del personale della clinica e della sua rete di contatti nella “borghesia mafiosa” che lo ha protetto finora, e le perquisizioni sono ancora in corso. Si stima che il boss sia in possesso di un tesoro di miliardi di euro.

    Il procuratore De Lucia smentisce la tesi secondo la quale l’ex-latitante fosse l’ultimo padrino, l’ultimo capo dei capi dopo l’arresto di Bernardo Provenzano nel 2006:

    «La leadership di Cosa nostra non è mai stata patrimonio esclusivo del boss trapanese, perché di regola il capo dovrebbe essere palermitano.

    Ad ogni modo, Messina Denaro, si era da sempre contraddistinto all’interno dell’organizzazione per la sua capacità di essere presente negli affari più importanti e mantenere relazioni con altre organizzazioni…

    È per questo che non possiamo ancora considerare sconfitta la mafia».

    Il murales che raffigura il volto di Matteo Messina Denaro è stato disegnato alle spalle della Cattedrale di Palermo il 26 Aprile del 2008, in coincidenza della ricorrenza del compleanno del boss trapanese.

    Alla versione degli inquirenti si contrappone un’altra storia, quella raccontata a Massimo Giletti il 5 novembre del 2022 dal pentito Salvatore Baiardo, ex persona di fiducia di boss mafiosi.

    Nelle sue “dichiarazioni shock” (estratte dal servizio di “Non è l’Arena” del 5 novembre 2022, tra il minuto 39 e 43:30), Baiardo diceva:

    «E magari chi lo sa che avremo un regalino… Che magari Matteo Messina Denaro sia molto malato… Che faccia una trattativa lui stesso di consegnarsi e fare un arresto clamoroso… E così magari arrestando lui esce qualcuno che ha l’ergastolo ostativo senza che ci sia il clamore… la cattura del boss sarebbe un fiore all’occhiello, un bel regalino al nuovo Governo (guidato da Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi)…

    E tutto magari è programmato già da tempo… Tutto è possibile… Cosa aveva detto il generale Delfino al Ministro Martelli? Le faccio un regalo: le consegnerò Totò Riina prima di Natale… Perciò, c’è stata una trattativa Stato-Mafia per l’arresto di Riina, o no?Per l’arresto di Matteo Messina Denaro ci sono delle date che parlano, non è che me lo sto inventando… È arrivato questo momento, e la vicenda è intrecciata con la questione del carcere ostativo: così com’è stato negli anni addietro…

    Lascia perplessi, se questo si avvererà… Se non si avvera la gente dirà: guarda, Baiardo ha raccontato un’altra fesseria».

    La risposta del premier Giorgia Meloni arriva ieri:

    «Ma quale trattativa? Non serve accordarsi con la mafia per batterla… Chi fa complottismo parlando di “trattativa” a proposito dell’arresto di Matteo Messina Denaro lo fa per attaccare il governo, ma ci sono materie su cui la politica dovrebbe passare in secondo piano…

    Francamente non riesco a capire. Quando si parlava della trattativa, anche in questa intervista, si faceva riferimento al fatto che lo Stato stesse trattando di fatto lo smantellamento del carcere duro, che è un rischio che lo Stato Italiano ha corso.

    Il primo provvedimento di questo governo è stata la difesa del carcere ostativo, del carcere duro. Matteo Messina Denaro andrà al carcere duro perché quell’istituto esiste ancora grazie a questo governo. Quindi (Baiardo e chi la pensa come lui, ndr) dovrebbero spiegarmi su cosa sarebbe stata fatta questa trattativa».

    Non è ancora chiaro cosa stia succedendo all’interno di Cosa nostra e chi prenderà il posto di Messina Denaro nell’organizzazione.

    Nonostante le dichiarazioni degli inquirenti, c’è chi sostiene che le autorità sapessero da tempo dove stava il boss, non arrestato finora solo per via degli accordi esistenti tra Cosa nostra e lo Stato.

    Se questa teoria fosse vera, sarebbe improbabile che si verifichi una guerra all’interno dell’organizzazione, in quanto la successione al trono sarebbe già stata pianificata prima dell’arresto di Messina Denaro.

    Ci si chiede se il boss parlerà, se gli verrà consentito di parlare o se morirà prima che possa farlo, considerando le sue condizioni di salute.

    Tra i numerosi delitti, Messina Denaro è ritenuto corresponsabile delle bombe del 1992-1993, tra i mandanti della strage di Capaci (dove persero la vita il magistrato Giovanni Falcone, sua moglie e tre agenti della scorta) e di via D’Amelio (dove morì il giudice Paolo Borsellino e 5 agenti della sua scorta) del 1992; dell’attentato a Maurizio Costanzo a Roma, e delle stragi di Firenze e Milano del 1993.

    Per via della gravità delle accuse, il boss sarà recluso nel carcere duro previsto dall’articolo 41 bis.

    In foto, il “Murales Falcone e Borsellino” in memoria dei giudici uccisi dalle stragi mafiose del 1992, in via Mura della Lupa 1 a Palermo

    Quando il vostro capo vi mette con le spalle al muro

    Il vostro datore di lavoro vi ha fatto delle promesse. E voi avete prestato fede alle sue parole, vi siete voluti fidare. Non avreste mai potuto immaginare la possibilità di un inganno, di un tranello ordito ai vostri danni. Vi sentite sfruttati, trattati con i piedi, usati e gettati via, traditi, svuotati, arrabbiati.

    Vi dicono, più o meno direttamente, che il mancato mantenimento degli accordi è stato necessario per il bene dell’organizzazione, per l’interesse generale, che succede sempre così ogni volta che si presenta una situazione simile – anzi! In altre aziende il trattamento è molto più ingiusto – e non è possibile tenere conto degli interessi dei singoli: tutti devono sottostare alle nuove regole, senza eccezioni, nessuno escluso, che piaccia o no. Questa volta, purtroppo, siete stati voi ad essere sfortunati.

    E adesso la scelta sta a voi: o accettate di dover fare delle rinunce e restare dove siete, senza se e senza ma; oppure no. In quest’ultimo caso, vi diranno: “lì c’è la porta. Pazienza, cercheremo qualcun altro. Nessuno è davvero necessario in un’organizzazione, e ognuno è sostituibile”.

    Siete stati messi con le spalle al muro, sentite un vuoto dentro, un senso di impotenza, una rabbia viscerale nei confronti dell’autorità e di chi vi ha mentito solo per i propri interessi, spacciandoli per “interesse generale”. Sentite un forte sentimento di disprezzo e odio verso la gerarchia, verso quei mentitori seriali che fino ad ora l’hanno passata sempre liscia, strapagati e con il coltello sempre dalla parte del manico.

    Non avevate niente per iscritto. Quando il vostro superiore vi ha fatto quella promesse, voi vi siete fidati ciecamente, perché credevate fermamente che stringere la mano di un professionista accreditato fosse una garanzia sufficiente, che la parola data equivalesse a un contratto scritto, un po’ come succedeva un tempo tra gentiluomini, quando la parola data aveva quasi lo stesso valore di un contratto.

    E, invece, vi sbagliavate: avete imparato che dietro la figura di un agnello può nascondersi lo spirito di un serpente. E molti di questi serpenti moderni sanno bene che la chiave per ingannare sta nel promettere a voce, senza avere niente per iscritto; ed essere abbastanza credibili da riuscire a togliere l’ossigeno a qualsiasi tipo di resistenza possibile.

    Pazienza: vi servirà da lezione per il futuro. Adesso sapete che nel mondo lavorativo più che ovunque “verba volant, scripta manent. Solo in questo modo avrete la possibilità di far valere i vostri diritti presso terzi.

    E ad ogni modo, anche in questo caso non avrete necessariamente una garanzia completa, in quanto le regole possono cambiare da un giorno all’altro, soprattutto nelle situazioni di emergenza.

    E intanto, adesso, cosa potete fare? Cosa dovreste fare?

    Qui parleremo solo di quello che potete fare in quanto individui isolati. Abbiamo escluso volutamente l’opzione della possibilità di lottare come membri di una classe, argomento che merita sicuramente un discorso a parte.

    Non parleremo neanche di quello che dovreste fare, in quanto dipende essenzialmente da voi, dalla vostra situazione personale, dagli obiettivi e dagli imperativi che vi siete imposti.

    Avete due possibili strade: o accettare le nuove condizioni o non accettarle. E l’accettazione della nuova situazione può avvenire almeno secondo tre modalità: o combattendo apertamente; o combattendo di nascosto; o non combattendo affatto.

    Ma andiamo con ordine. Analizziamo nel dettaglio quali sono i vantaggi e gli svantaggi di ognuna di queste possibili strade a seconda della modalità di azione scelta, e non tenendo conto delle soluzioni ibride, giusto per evitare ripetizioni.

    1. Accettate e subite senza combattere. Restate dove siete, accettate la nuova situazione, come se niente fosse, senza battere ciglio.

    Vantaggi:

    • Manterrete il vostro lavoro e farete contenti tutti.
    • I vostri superiori vi considereranno gli impiegati ideali, facilmente malleabili, docili, prevedibili, addomesticati, perfettamente obbedienti, perché non avete creato nessun problema, nessuna discussione, nessun rischio.
    • Potreste avere vantaggi politici e favoritismi.
    • Sarete sempre i benvenuti nella squadra dei vostri capi, anche quando cambieranno o cambierete azienda. E per voi saranno sempre disposti a scrivere una lettera di referenza in futuro.

    Svantaggi:

    • Se non siete d’accordo con le nuove condizioni e vi mostrate accondiscendenti, c’è il rischio che – oltre a soffrire dell’ingiustizia subita – il sentimento di sofferenza sarà amplificato dalla consapevolezza che non avete fatto niente per far valere i vostri diritti e col vostro lavoro contribuirete controvoglia al successo di chi è stato ingiusto nei vostri confronti. Questo conflitto interiore potrebbe farvi stare male.
    • Avrete creato i precedenti per altri possibili e più che probabili soprusi futuri, per nuovi tentativi di rottura delle promesse fatte, in quanto i vostri superiori si aspetteranno già che con voi potranno averla vinta facilmente e senza resistenze.

    2.Accettate le nuove condizioni dopo aver combattuto apertamente:

    Vantaggi:

    • Si tratta del modo ideale per tornare alla normalità attraverso una soluzione rapida, sicura e diplomatica, facendo valere da subito i vostri diritti.
    • Se non siete d’accordo con le nuove condizioni, ma combattete, potreste avere qualche concessione immediata, perché – se è vero che con Gesù Cristo bastava chiedere per ricevere – nel mondo del lavoro non funziona così, e “se non chiedete, non vi sarà dato” (o, come dicono gli inglesi: “if you don’t ask, you don’t get”).
    • Quasi sicuramente soffrirete meno dell’ingiustizia subita, perché in cuor vostro sapete di aver combattuto per fare giustizia; sapete che avete fatto la vostra parte per evitare l’ingiustizia delle nuove condizioni e che avete detto apertamente ai vostri superiori quali sono i confini da non valicare.
    • Avrete creato i precedenti per evitare sul nascere o quantomeno ridurre nuovi possibili soprusi, nuovi tentativi di rottura delle promesse fatte, in quanto i vostri superiori si aspetteranno già che in futuro potrebbero incontrare resistenze da parte vostra e non l’avranno vinta facilmente. Ed essendo verosimile che ci riproveranno di nuovo, perché è parte del loro lavoro rinegoziare le condizioni dei dipendenti a favore dell’azienda – è molto probabile che saranno costretti a farvi delle concessioni e a scendere a patti con voi.

    Svantaggi:

    • Come in ogni processo di negoziazione, se il vostro obiettivo è quello di restare dove siete e se volete che la corda resti intatta, dovrete essere capaci di prevedere a che punto potrebbe spezzarsi. Se riuscirete a mantenere intatta la corda, non avrete alcuno svantaggio, ma solo vantaggi, sia per il presente, sia per il futuro.
    • Se, però, la tirate troppo (o troppo forte, o troppo a lungo), lo scontro potrebbe diventare logorante da entrambe le parti, rischierete di deteriorare il rapporto con i vostri superiori, essere visti come un problema e trovarvi in una posizione politicamente sfavorevole.

    3. Accettate le nuove condizioni, combattendo di nascosto.

    Salvate le apparenze, restate dove siete, accettate la nuova situazione, come se niente fosse, senza battere ciglio, quando, in realtà, state solo fingendo di accettare le nuove condizioni, combattendo in segreto, secondo i vostri termini, per capovolgere la situazione a vostro favore.

    Anche se qui abbiamo volutamente preso in esame solo le opzioni di lotta individuale, risulta comunque illuminante il film capolavoro “La classe operaia va in paradiso” (1971), in cui si trova un’interpretazione esemplare del principio secondo il quale, nel mondo del lavoro, il potere è in mano ai lavoratori, e non – al contrario di quanto solitamente si pensa – ai datori di lavoro. Chi ha la capacità di eseguire un lavoro e fornire un servizio può decidere di scioperare e impedire al committente di vedere portato a compimento il lavoro necessario, costringendolo a riorganizzarsi, il che ha un costo.


    Il capolavoro di Elio Petri (1929 – 1982) “La classe operaia va in paradiso” (1971)

    Due esempi concreti di combattimento latente in mano al singolo sono “lo sciopero della volontà” e “la preparazione alle dimissioni”. Nel primo caso, decidete di lavorare con meno impegno, allentando la presa; nel secondo, iniziate a fare colloqui con altre organizzazioni, magari pure in competizione con il vostro datore di lavoro.

    Vantaggi:

    • Se decidete di lavorare con meno impegno e attuare uno scioperò della volontà, lì avrete la possibilità di riposarvi un po’ di più e mettere in atto una piccola rivincita personale nei confronti dei vostri superiori.
    • Se decidete di preparavi alle dimissioni salvando le apparenze, la vostra è una vera e propria strategia di guerra: eliminate ogni possibile resistenza per cogliere il nemico impreparato e colpirlo quando e come meno se lo aspetta, per minacciarlo concretamente di provocargli quanto più danno possibile.
    • Ai vostri superiori darete una lezione di vita, gli farete capire che hanno tirato troppo la corda, che sono stati ingiusti nei vostri confronti e incapaci di apprezzare il vostro valore.
    • Gli farete realizzare una verità del tutto controintuitiva: che eravate voi, in realtà, ad avere da sempre avuto il coltello dalla parte del manico, e non loro.
    • Per l’azienda saranno solo problemi, perché quel sostituto che apparentemente sarebbe stato così facile da trovare, adesso, dovrà essere trovato e formato prima possibile, il che avrà un costo in termini di tempo e risorse.
    • Potreste avere la massima soddisfazione personale.
    • Prenderete consapevolezza del vostro valore, del vostro potenziale e della vostra essenziale libertà.
    • Potreste utilizzare questa nuova realizzazione per rivendicare tutti i diritti che vi sono stati tolti o semplicemente vendicare il sopruso ricevuto, rendendo occhio per occhio e dente per dente. Con un’offerta di contratto alla mano da parte di un’altra organizzazione – magari in competizione col vostro datore di lavoro attuale – la vostra azienda potrebbe, tutto ad un tratto, persino farvi una controfferta che soddisfi, se non tutte, quasi tutte le condizioni da voi richieste fino a quel momento, nonostante questa possibilità – prima di quel momento – vi fosse stata negata.

    Quest’ultima strategia, nota come “walk away”, è la più potente in assoluto, quella che riesce a esercitare la massima leva possibile; ma è anche la più rischiosa in assoluto, perché esiste la possibilità che la risposta che avrete sia: “va bene, se ne vada. Lì c’è la porta”.

    La possibilità di lasciare il tavolo della trattativa e andarsene è la massima espressione della forza negoziale; è anche l’azione più estrema, quella che comporta il rischio più alto e che può portare a ottenere i risultati migliori.

    Corrisponde un po’ al concetto di “all-in” nel poker, quando vi giocate il tutto per tutto. State dando un ultimatum, ed è come se diceste: ”no, non ci sto. O soddisfate le mie richieste, o me ne vado da un’altra parte”.

    È per questa ragione che, affinché questa strategia funzioni davvero, sarebbe ideale avere alternative concrete, giusto nel caso in cui il vostro datore di lavoro vi dica: “va bene, se ne vada”. Quantomeno avrete un “piano B”.

    Certo, potreste provare a bluffare, anche se – come in ogni bluff – esiste una componente di rischio, quindi dovete essere bravi a farlo e prendere in considerazione la possibilità che la vostra strategia non vada in porto, con tutte le possibili conseguenze del caso.

    Di certo, se vi limitate a una semplice minaccia, senza mostrare che avete opportunità concrete per andarvene, quasi sicuramente la vostra richiesta non verrà presa seriamente, e il vostro datore di lavoro penserà: “Questa persona non ha alternative reali e non mi preoccupa. Adesso gli dico di no, e vediamo che fa. Sicuramente accetterà e resterà. E se non gli sta bene, se ne vada pure in mezzo alla strada”.

    L’all-in, quando ci si gioca tutto a poker.

    Svantaggi:

    • C’è la possibilità che perdiate il lavoro, o perché i vostri superiori hanno notato e preso seriamente in esame il vostro sciopero della volontà, e questo non gli sta bene; o perché a un certo punto avete minacciato espressamente di andarvene e vi hanno invitato a farlo.
    • In entrambi i casi potrebbe non trattarsi di svantaggi reali, perché se avete fatto queste scelte in maniera cosciente, avete già preso in considerazione la possibilità di lasciare il vostro posto di lavoro attuale, e di solito è meglio lasciare un’azienda che non è in grado di darvi quello di cui avete bisogno che restare ed essere essenzialmente infelice. Il mondo è pieno di opportunità.

    4. Non Accettate compromessi: vi battete per i vostri diritti dichiarando apertamente di non accettare la nuova situazione. È la forma massima di combattimento aperto.

    Vantaggi:

    • Avrete gli stessi vantaggi descritti al punto 3, con la differenza che qui l’effetto sorpresa e le relative conseguenze saranno massime. Si tratta del gesto più potente e rischioso in assoluto, quello che potrebbe far spezzare immediatamente la corda o consentirvi di avere tutto quello che chiedete.

    Svantaggi:

    • Gli stessi descritti al punto 3.

    Conclusione

    Solo voi potete sapere qual è la strategia migliore per voi, a seconda della vostra situazione, dei vostri piani, dei vostri principi, delle vostre necessità e della realtà quotidiana che volete vivere.

    Di certo, può esservi di grande aiuto prendere piena consapevolezza del vostro valore e del vostro potenziale umano e professionale.

    Oltre che, ovviamente, approfondire il tema della negoziazione, meccanismo alla base di tutte le relazioni umane.

    Chris Voss, scrittore americano ed ex-negoziatore di ostaggi dell’FBI, ha pubblicato un libro sul tema della negoziazione chiamato “Never Split The Difference”, sul quale ha basato la Masterclass promossa in questo video.

    La relazione uomo-animale domestico: l'antropomorfizzazione come perversione

    “Colui che, deluso e amareggiato dalle debolezze umane, toglie il suo amore all’umanità per darlo ad un cane o a un gatto, commette senza dubbio alcuno un grave peccato, vorrei dire un atto di ripugnante perversione sociale”.

    Così, nella sua opera dal titolo “E l’uomo incontrò il cane” del 1949, Konrad Lorentz, padre dell’etologia moderna, manifestava la sua preoccupazione rispetto ai cambiamenti nella relazione uomo-cane che caratterizzavano la sua epoca. Oggi, a distanza di quasi un secolo, le sue parole suonano come profetiche. 

    Articoli scientifici, discorsi da bar, e in generale l’opinione pubblica insiste molto sulla similarità tra la relazione uomo-cane e la relazione genitore-figlio, come se si volesse legittimare l’attaccamento e l’investimento emotivo nei termini di un legame familiare. 


    Alcuni dati fondamentali

    Oggi, il mercato che ruota intorno alla cura degli animali domestici è stimato in 232 miliardi di dollari, e si prevede che entro il 2027 salirà a 350 miliardi di dollari. Durante la quarantena 7,8 milioni le persone hanno acquistato un cane o un gatto o altri tipi di animali. Così gli animali d’affezione presenti nelle case italiane, già numerosi, sono ancora aumentati di numero raggiungendo, secondo  il rapporto Assalco-Zoomark, il numero di 60,27 milioni, con un rapporto di 1 a 1 tra animali e residenti. Inoltre, il confinamento e le misure di distanziamento dettati dalle norme anti-contagio, sostiene l’Associazione nazionale medici veterinari italiani (Anmvi), hanno di fatto creato dei “cluster chiusi e autoreferenziali”, una specie di “bolla affettiva che si auto-delimita”. Reduci dall’esperienza del lockdown, dunque, gli italiani prevedono di fare della casa il baricentro della loro vita anche oltre il termine della pandemia.


    La pericolosa associazione animale-bambino e  i rischi dell’antropomorfizzazione

    Come emerge dallo studio condotto da Swg per Ca’ Zampa – il primo Gruppo in Italia di Centri per il benessere degli animali domestici – il cane è un affetto molto importante tanto che per il 37% è considerato come un figlio; un dato che sale sensibilmente se si prende in considerazione la generazione Z (raggiunge il 51%) e gli abitanti del Nord Est Italia (41%). Secondo il 17% , ci si sente persino più compresi dai propri animali che da figli (12%), amici (10%) e genitori (9%) e per quasi 8 proprietari su 10 (75%) meritano solo il meglio soprattutto sotto il profilo alimentare (84%). 

    In Italia la spesa dei cibi per i cani e gatti è cresciuta di più rispetto alla spesa per baby care e baby food (il giro d’affari che nel 2017 è di 1,4 miliardi di euro secondo i dati Nielsen). In provincia di Brescia è nata la Doggy e Bag, la prima pasticceria artigianale per animali domestici: lì potete comprare il candoro e il canettone. 

    Associare il rapporto con un cane o un gatto a quello che si intrattiene con un figlio è perlomeno aberrante. Qui non si tratta di grado di amore – puoi adorare un animale sino alla follia, e non ci sarebbe nulla di male – ma di qualità del rapporto sul piano esistenziale: un cane è un animale, ha caratteristiche etologiche – e dunque comportamentali – che nulla hanno a che vedere con la complessità di un bambino. Anche il legame tra genitore e bambino si basa su aspettative legate ad esperienze infantili degli stessi adulti, a ferite mai risolte e ad altri aspetti psicologici che configurano una relazione decisamente più articolata e profonda.  Ciò non toglie importanza né avvilisce il rapporto con l’animale, ma mette in chiaro che la relazione con esso segue logiche e dimensioni emotive totalmente diverse. 

    Quando detto è valido specialmente per ciò che concerne la capacità di educare un cane. Così come rilevato da numerosi esperti di educazione cinofila, trattare l’animale come se fosse un essere umano ha l’effetto negativo di non riuscire a farsi seguire, per il semplice fatti che il cane non capisce il linguaggio umano; piuttosto lo interpreta alla luce della sua natura. Un esempio classico è il non voler costruire una relazione su base gerarchica; il cane, com’è noto, è un animale gregario e ha bisogno di guide e indicazioni forti e chiare. Eludere tali evidenze per abbracciare una supposta uguaglianza uomo-cane, fa male innanzitutto all’animale stesso, e poi all’essere umano. 

    Amare un cane, un gatto o un altro animale significa, innazitutto, riconoscerne le sue intrinseche specificità. Piegare la loro natura per illuderci che siano “come le persone” rischia di farci dimenticare che, come esseri umani, il rapporto con gli altri esseri umani è imprescindibile, così come il rapporto con gli animali.

    La sofferenza psicologica dei bambini di Gaza

    Le recenti guerre (2009 “Piombo fuso” – 2014 “Margine protettivo) e gli ultimi eventi politici (La Grande Marcia del Ritorno) hanno aggravato ulteriormente la condizione sociale della popolazione di Gaza, già provata dall’embargo totale imposto da Israele.  Gli alti livelli di disoccupazione, la malnutrizione, la mancanza di acqua potabile e la scarsità dei servizi (luce elettrica fino a un massimo di 4 ore al giorno) dipingono una quadro catastrofico, il cui racconto è sempre di più lasciato ai margini dell’attenzione dei media e dell’ opinione pubblica. 

    Per tali ragioni si è reso sempre più necessario il supporto psicologico, principalmente nelle aree marginali di Gaza dove il livello di stress è più alto e dove è più difficile portare aiuto. 

    In tale contesto ad alta criticità coloro i quali stanno pagando il prezzo più amaro sono i bambini. Alcuni di loro hanno perso i genitori, sono stati fortemente traumatizzati – sia fisicamente che psicologicamente – dagli scontri armati, e i disturbi comportamentali sono diventati sempre più comuni. Tra le forme di disagio che affliggono i bambini vi è il P.T.S.D. (Post Traumatic Stress Disorder), una particolare condizione di sofferenza psicologica scatenata dall’esposizione diretta a un evento traumatico, violento e improvviso che pone la persona in una condizione di grande vulnerabilità. Gli effetti sintomatologici di tale esperienza possono variare dalla risperimentazione dell’evento subito (attraverso flashback o sogni) all’evitamento (si rimane a casa per paura di ritrovarsi nuovamente in una situazione pericolosa), fino all’alterazione dei pensieri e delle emozioni (contenuti mentali angosciosi, ansia generalizzata, aggressività, ecc..).

    Inoltre, negli ultimi anni sono aumentati i problemi familiari: precarietà economica, divorzi, abusi domestici, suicidi dei genitori (specialmente dei padri),  violenza domestica,  difficoltà coniugali, disoccupazione e povertà economica. 

    Un altro problema urgente è la dipendenza da Tramadol degli adulti e di alcuni giovani. Il Tramadol è un antidolorifico comunemente usato per ridurre il dolore negli animali, ma che spesso è usato dalle persone come sostanza per ridurre il malessere psicologico. 

    Da un punto di vista strettamente medico, sono tantissimi i bambini malati di cancro, talassemia,  patologie del sangue, fibrosi cistica, insufficienza renale. Inoltre, a seguito della violenta soppressione delle manifestazioni connesse alla “Grande Marcia del Ritorno” da parte delle forze militari israeliane, sono tantissimi i bambini amputati: colpiti alle gambe dai proiettili dei cecchini, perdono uno o entrambi gli arti inferiori.

    Questi bambini potrebbero trovare cure adatte alle loro patologie all’esterno della Striscia, ma l’imposizione dell’embargo israeliano restringe il numero di movimenti al minimo. Non bastano nemmeno i certificati medici e la giovane età per ottenere un visto di uscita, e così tantissimi bambini muoiono per malattie facilmente curabili. L’attuale pandemia da Covid 19, inoltre, ha reso lo spostamento ancora più arduo.

    Quali misure adottare, dunque, per far fronte a tale disastro umanitario? Il Ministero della Salute, il Gaza Mental Health Program e PCRF sono alcune tra le organizzazioni che ogni giorno operano a favore della salute psico-sociale e medica dei bambini. Lo fanno attraverso programmi di intervento in cui le famiglie sono coinvolte in protocolli di psicoterapia focalizzata sui traumi. Altresì, queste istituzioni organizzano campus estivi e attività di empowerment finalizzate all’inclusione sociale e alla ripresa di una vita serena. 

    Questi bambini e le loro famiglie combattono ogni giorno per ottenere il diritto a condurre una vita dignitosa e libera dalla sofferenza. Gli aiuti del governo e delle organizzazioni di volontariato sono fondamentali, ma sembrano non bastare. 

    Fino a quando dovrà durare tutto questo? La soluzione è ben lontana dall’essere trovata.

    Chi può lasciare il tavolo può vincere la trattativa

    Alcune persone comprendono il vostro valore solo quando capiscono che potete fare a meno di loro; che avete opzioni; che per loro è molto meglio avervi che perdervi; che non avete bisogno di loro, ma sono loro ad avere bisogno di voi.

    Nel mondo lavorativo capita molto spesso: il vostro Manager, supervisore o datore di lavoro non ascolta le vostre richieste; non vi dà quello che credete di meritare. A quel punto avete due possibilità: o sopportate e lasciate che il vostro valore e le vostre richieste non vengano riconosciute; oppure vi preparate ad andarvene.

    Alcune persone scelgono la prima strada: sopportano e soffrono dentro. Magari continuano a lamentarsi, ma non cercano opzioni, perché in realtà non vorrebbero andarsene. Altre ancora sono pronte ad abbandonare la nave per andare altrove.

    Chi credete abbia maggior potere negoziale in una situazione del genere?

    Uso il termine “potere negoziale” proprio perché si tratta a tutti gli effetti di una “negoziazione”. Se volete vendere un’idea al vostro capo, sia essa una promozione, un cambio di posizione, un aumento di salario o altri benefici, sietei venditori“.

    Il vostro capo, invece, è l’acquirente, ossia la persona che decide se approvare quanto gli proponete.

    I più grandi maestri di negoziazione, così come l’esperienza, insegnano che se vi mostrate disposti ad andarvene e lasciare il tavolo negoziale, avrete maggiori possibilità di chiudere il contratto a vostro favore.

    Non si tratta semplicemente di una tecnica, ma più di un modo di essere e di vedere le cose: se la persona con la quale negoziate non comprende il vostro valore, continuare a provare a convincerla significa solo perdere tempo.

    Anzi, insistere ha addirittura l’effetto opposto, perché utilizzare il vostro tempo per tentare e ritentare di convincere qualcuno nonostante le continue resistenze significa sotto-comunicare che siete voi ad avere più bisogno di vendere ciò che state offrendo, mostrandovi quindi come “parte debole” del tavolo.

    Magari, però, questo vostro atteggiamento è giustificato dal fatto che volete restare dove siete, semplicemente migliorando le vostre condizioni: non ve ne volete andare. E succede molto spesso in regioni con un tasso di disoccupazione più alto, come la Sicilia, dove chi ha un lavoro se lo tiene stretto per paura di non trovarne un altro decente. E il vostro capo questa cosa la sa bene. Sa che la maggior parte della gente non ama cambiare, perché cambiare significa anche rischiare – e sa bene anche che questa, però, dal punto di vista negoziale è la vostra più grande debolezza e il suo più grande vantaggio.

    Perciò è pronto a negarvi quello che chiedete, perché sa che può farlo e probabilmente resterete lì, anche se un po’ insoddisfatti. L’importante è che gli garantite il vostro lavoro e che non dovrà assumere e formare qualcun altro, spendendo in termini di tempo e fatica.

    Accettare in silenzio un rifiuto da parte del vostro datore di lavoro e non cercare alternative significa, implicitamente, anche accettare il valore che vi viene riconosciuto, nonostante voi riteniate di meritare di più. Non reagire ed accettare passivamente significa accettare di “non riuscire a farvi valere”, cosa che comporta di per sé un abbassamento del vostro valore agli occhi degli altri.

    I migliori risultati si ottengono solo nel momento in cui viene proposta una controfferta: “l’azienda X mi offre Y. Ti avevo già fatto presente che volevo Y, e adesso l’azienda X me lo sta offrendo. Personalmente preferirei restare qui, perché credo nell’azienda e nei suoi prodotti. Alla luce di questo, cosa puoi offrirmi per farmi restare?”.

    È lì che potete far leva sul lato emozionale della vostra controparte, che adesso vedrà la questione sotto un punto di vista completamente diverso, perché proverà una forma di “timore”. Dover licenziare una persona e formarne un’altra, infatti, ha dei costi e dei rischi: anche il vostro datore di lavoro preferirebbe non cambiare.

    E ogni scelta, per quanto ragionata, viene determinata da un atto di fede, ossia maggiormente influenzata dal nostro lato emozionale. Qualcuno potrebbe obiettare che una scelta viene fatta sulla base di una certa conoscenza e di dati alla mano: anche in questo caso, però, si fa fa affidamento alla teoria che interpreta quei dati.

    Concludo col dire che, se volete migliorare la vostra situazione lavorativa e sociale in generale, è importante che decidiate a che altezza posizionare la barra e che non accettiate niente che sia al di sotto di ciò che meritate.

    Punite chi non vi merita abbandonandolo. Asserite il vostro valore e state con chi è in grado di riconoscerlo. E state certi che adesso chi credeva di avervi in pugno e vi ha dato per scontato rimpiangerà l’errore di valutazione commesso. E se non lo farà, poco importa: quantomeno avrete detto la vostra e vi sarete liberati di chi non vi ha saputo apprezzare.

    Il Trattato incontra Mario Thanavaro

    Il Trattato incontra Mario Thanavaro

    Mario Thanavaro è Maestro di meditazione Vipassana ed insegnante di vari temi riguardanti la spiritualità. Nel Marzo del 1990 ha fondato il monastero Santacittarama e ne è stato l’abate per sei anni. Con Mario abbiamo parlato di come costruire percorsi di pace oggi, in un mondo dove sembrano venir meno le speranze di vivere serenamente.

    Testimonianze da Gaza – 2 Il dott. Mohammed Abushawish (Referente progetto Yohzer Gaza)

    Durante l’85° giorno di aggressione a Gaza pensieri conflittuali ed emozioni difficili mi assalgono costantemente, ponendomi in uno stato comunemente noto come “intermedio”. Non sono sicuro se sono nella realtà o in un incubo che si rifiuta di irrompere nelle pagine del mattino quando sorge il sole, forse perché il cielo rimane eternamente velato da nuvole nere, che impediscono alla luce del sole di raggiungerci, una conseguenza di un bombardamento implacabile che distrugge tutto. Qui.
    Di tanto in tanto, rubo qualche minuto nello spazio blu, osservando il mondo oltre Gaza, solo per ricordare a me stesso che da qualche parte in questo mondo le persone conducono una vita normale: mangiano, bevono e dormono senza difficoltà. Sorrido per un attimo, un senso di calma emerge dentro di me. Tuttavia, questa tranquillità è di breve durata, sconvolta dai bombardamenti e dall’artiglieria che segnalano ulteriore distruzione e morte.


    ‏Oggi è venerdì, il fine settimana finisce. Come tutti gli altri, festeggiavamo il venerdì acquistando cibi speciali come carne, pollo o pesce: un giorno benedetto che segnava la fine della settimana e le difficoltà della vita. Era una giornata di riunioni di famiglia. Purtroppo non è più possibile acquistare tali alimenti; è scarso e, se disponibile, i prezzi superano l’immaginazione.
    ‏Ho una figlia di 10 mesi di nome Alin, la più giovane dei suoi cinque fratelli, che ha assistito a due guerre a Gaza. Una delle sfide più difficili per Alin è procurarsi il latte e il latte artificiale specifico, per non parlare dei pannolini, che si trovano raramente e, ovviamente, a prezzi esorbitanti. Come sapete, i bambini di questa età necessitano di frequenti cambi di abbigliamento.
    Una mattina mi sono svegliata e ho scoperto che Alin aveva esaurito tutti i vestiti caldi che poteva indossare con questo freddo. Con espressione decisa vagavo alla ricerca di qualsiasi tipo di indumento. Dopo una notevole fatica a piedi, ho trovato un piccolo negozio che vendeva abiti a tema natalizio (Babbo Natale). L’ho comprato e l’ho riportato nella mia casa sovraffollata piena di famiglie sfollate da Gaza City sotto il peso dei bombardamenti e della distruzione.


    Abbiamo vestito Alin con questa veste rossa e i bambini hanno applaudito, pensando che l’avessi portata per festeggiare il nuovo anno. Vale la pena notare che i giorni e le date non sono più distinguibili in mezzo all’oscurità e alla distruzione; i giorni sono diventati indistinguibili, intrecciati con il numero dei martiri e della distruzione. Isolati, siamo lontani dal mondo, dal tempo, dalla storia e dall’umanità…

    L’ impatto psicologico dell’occupazione e le conseguenze della guerra attuale.

    Il Trattato incontra Guido Veronese, professore associato presso l’Università degli Studi di Milano – Bicocca ed esperto di trauma di guerra in Palestina. Con Guido abbiamo approfondito gli effetti del trauma coloniale, trans-generazionale e collettivo che attanaglia la popolazione palestinese dal 1948. La dimensione psicologica – grande assente nelle narrazioni della guerra – trova in questo video-dialogo un’attenzione adeguata.

    Testimonianze da Gaza

    a cura di Cecila Parodi – co-fondatrice del progetto Yohzer – Gaza

    I giorni e le notti si susseguono in un crescendo di apprensione e preoccupazioni, anche per noi operatori del gruppo italiano Progetto Yohzer Gaza. Mentre cerchiamo di mantenere costanti i contatti con i nostri amici e referenti sulla Striscia, il nostro lavoro spesso si complica a causa del coinvolgimento emotivo che sovrasta la necessaria lucidità che abbiamo l’obbligo di mantenere.

    Abbiamo ricevuto un report dal Dottor Mohammed Omran Abu Shawish, coordinatore di riferimento per il progetto a Gaza, professionista qualificato in psicologia clinica, e amico. Riteniamo di vitale importanza la divulgazione delle informazioni che ci arrivano, non solo per dovuta informazione, ma anche per sensibilizzare sull’importanza del tema di cui ci occupiamo, ovvero l’assistenza medica e il supporto psicosociale nei riguardi di persone e bambini colpiti dalla violenza militare. Questo rapporto si concentra sulle attività psicosociali intraprese presso l’Ospedale dei Martiri di Al-Aqsa, affrontando i bisogni delle persone ferite, in particolare di 120 bambini, oltre 78 donne e 47 uomini, a seguito all’attacco iniziato il 7 ottobre sulla Striscia di Gaza, tuttora in corso. Il rapporto copre sia gli interventi individuali che le attività di gruppo, evidenziando le sfide affrontate, tra cui reparti sovraffollati, la mancanza di privacy e di strumenti adeguati. 

    L’Ospedale dei Martiri AL-Aqssa è stato sempre in prima linea nel fornire assistenza medica e supporto psicosociale alle vittime dalla recente guerra. L’ospedale ha assistito a un afflusso di pazienti, tra cui un numero significativo di bambini, donne e uomini, che hanno richiesto interventi psicosociali mirati per affrontare il costo emotivo dell’aggressione. Il nostro Dr. Mohammed Abu Shawish si è impegnato in sessioni di consulenza individuale con individui feriti. Questo ha incluso una terapia focalizzata sul trauma, il supporto emotivo e strategie di coping adattate alle esigenze specifiche di ciascun paziente.  Sono state condotte sessioni di psico-educazione per aiutare i pazienti e le loro famiglie a comprendere e gestire l’impatto psicologico della guerra.  Inoltre, sono state attivate sessioni di gruppo per bambini, ad esempio di arte terapia, in modo da fornire ai più piccoli uno sbocco creativo nel quale sentirsi liberi di esprimere le proprie emozioni ed esperienze, dentro uno spazio sicuro.

    Le attività di gioco di gruppo, invece, mirano a favorire il sostegno tra pari e la resilienza tra i bambini, aiutandoli ad affrontare le sfide del conflitto in corso. Si è ritenuto necessario anche fornire supporto al personale medico che, oltre ad affrontare i bisogni psicosociali dei pazienti, subisce l’impatto dell’aggressione su Gaza anche a livello personale, intimo. Gli operatori sanitari lavorano instancabilmente in un ambiente difficile, sperimentando elevati livelli di stress e tensione emotiva.

    Per sostenere il benessere del personale medico, sono state attivate iniziative come gruppi di sostegno tra pari, e servizi di consulenza. Questi interventi mirano a fornire uno spazio al personale medico per esprimere le proprie emozioni, condividere le esperienze e ricevere il supporto psicologico necessario per far fronte alle esigenze del proprio ruolo. Riconoscere l’importanza della salute mentale del personale medico è fondamentale per mantenere un sistema sanitario resiliente, che possa continuare a fornire cure efficaci alla popolazione ferita dal massacro in atto.

    Gli sforzi per garantire il benessere psicologico degli operatori sanitari contribuiscono a creare un ambiente di guarigione più sostenibile e compassionevole, all’interno dell’Ospedale dei Martiri di Al-Aqsa.  Il contesto generale sulla Striscia di Gaza comporta una serie di questioni molto impegnative da affrontare. Prima su tutte è di certo la realtà di reparti ospedalieri sovraffollati. L’ospedale deve, infatti, affrontare una sfida significativa nella gestione dell’elevato volume di pazienti, che limita le risorse per l’assistenza personalizzata. Sono in corso grandi sforzi per ottimizzare l’uso degli spazi e delle risorse disponibili, ma la situazione rimane difficile.

    Un altro aspetto significativo riguarda la totale mancanza di privacy. Le condizioni di affollamento contribuiscono alla mancanza di intimità per i pazienti, incidendo sulla loro capacità di condividere esperienze personali e di impegnarsi in sessioni di consulenza riservate. Per affrontare questo problema si stanno esplorando iniziative atte a creare spazi privati ​​di dialogo e consulto. Infine, si è individuata anche una forte carenza di strumenti adeguati. Risorse e strumenti insufficienti ostacolano l’efficacia degli interventi psicosociali. L’accesso limitato ai materiali terapeutici e alla tecnologia pone sfide alla fornitura di cure complete. La promozione di un maggior sostegno e di una distribuzione delle risorse è fondamentale per migliorare la capacità dell’ospedale di fornire servizi psicosociali di qualità.  

    Basem è un altro psicologo del progetto Yohzer Gaza, ha scritto una tesi sugli aspetti psico sociali a Gaza, e da lui riceviamo messaggi più intimi. Scrive “Le vita scorreva, ma poi tutto è cambiato. Le giornate prima quasi somigliavano alla vita altrove nel mondo, fino a questa svolta drastica. I giorni, ormai, sono pieni di violenza e paura, è cambiato tutto. Continuiamo a vedere sangue, martiri e feriti ovunque.Siamo precipitati in un ciclo incessante di violenza e paura, non c’è sicurezza per i civili e per tutti i bambini innocenti. Il paesaggio è segnato da spargimenti di sangue, martirio, ferite. La violenza del nemico distrugge tutto, ogni casa e ogni luogo che custodisce i bei ricordi della vita familiare. Rovina e devastazione ora circondano tutti i luoghi.” Leggiamo le sue parole consapevoli della situazione, ogni casa tanto amata e ogni luogo legato a ricordi inestimabili, è devastato. Le notti strazianti e minacciose sono avvolte nell’oscurità totale, e punteggiate dai suoni inquietanti delle esplosioni, dal ronzio degli aerei e da incessanti bombardamenti.

    Continua Basem “Siamo stati tagliati fuori dal mondo esterno, ci sentiamo come se vivessimo in celle solitarie e buie. Sentiamo lo spettro della morte vicino a noi, siamo incerti sulle prospettive di un’altra ora di vita. Proviamo a sopravvivere, attraverso le necessità più elementari: acqua, cibo, elettricità e medicine. Abbiamo perso tutti i nostri sogni e aspirazioni, ci chiediamo soltanto se riusciremo a sopravvivere o se finiremo nel lungo elenco dei martiri”. Nonostante l’intensa paura e l’assedio, la distruzione e il bombardamento, la loro risolutezza e determinazione continuano ad emergere in favore del prossimo.

    Aggiunge ancora Basem “Io lavoro come professionista della salute mentale. È mio dovere, ogni giorno, aiutare le persone, fornire loro il supporto psicologico e tutte le cure necessarie” Basem ci racconta che il rumore degli aerei e dei bombardamenti è ormai un compagno costante, riempie il cielo di esplosioni che si percepiscono in ogni direzione, e conclude dicendo “Abbiamo salutato le nostre famiglie, senza sapere se mai le rivedremo.

    Abbiamo provato a rassicurare tutti, esortandoli a resistere, e ad essere pazienti, resilienti”. Facciamo tesoro anche noi delle sue parole, provando in ogni modo a gestire lo sgomento che proviamo. Il dolore e un immenso senso di impotenza ci accompagnano in ogni istante dei nostri giorni che scorrono accomodati su immensi privilegi dei quali, ormai, fatichiamo a godere. I palestinesi ci hanno insegnato a resistere, da molti anni, e adesso più che mai sentiamo il dovere di mettere in atto la lezione appresa.           

     
     
     
     
     
     
     
     

    Contestualizzare non è mai legittimare

    Una lettura psicologica delle reazioni alle dichiarazioni di Antonio Guterres

    Tempo di lettura 9’ circa

    Durante il Consiglio di Sicurezza dell’O.N.U. svolto nella giornata dei martedì 24 ottobre, il segretario generale Antonio Guterres ha dichiarato che “è importante riconoscere anche che gli attacchi di Hamas non sono avvenuti nel vuoto. Il popolo palestinese è stato sottoposto a 56 anni di soffocante occupazione. Hanno visto la loro terra costantemente divorata dagli insediamenti e piagata dalla violenza; la loro economia soffocata; la loro gente fu sfollata e le loro case demolite. Le loro speranze per una soluzione politica alla loro situazione sono svanite”.

    L’intervento di Antonio Guterres al Consiglio di Sicurezza dell’O.N.U. di martedì 24 ottobre 2023

    Nulla di nuovo sotto la luce del sole, se non il dimenticato. Il segretario non ha fatto altro che riprendere le risoluzioni O.N.U., e in particolare modo la numero 242 (1967): l’occupazione israeliana della Palestina è illegale (qui potete leggere tutte le misure intraprese dalle Nazioni Unite, che il paese israeliano ha disatteso).

    Guterres non è nemmeno il primo ad esternare simili idee. Passando dagli israeliani Ilan Pappé (storico) e Gideon Levy (giornalista), fino alle inchieste internazionali da parte delle stesse Nazioni Unite e di numerose O.N.G. come Amnesty International, sono molte le evidenze che accertano l’assoluta violazione di qualsiasi diritto umano a scapito della popolazione palestinese. Dovrebbe bastare questo per capire che nulla di strano e “osceno” è uscito dalla bocca di Guterres.

    Proviamo a capire, allora, come mai Israele e tutta la stampa mainstream occidentale abbiano animatamente contestato tali dichiarazioni, riprendendo brevemente il significato di “eziologia”.

    Secondo l’enciclopedia Treccani, l’eziologia è quella “scienza che indaga le cause di una determinata classe di fenomeni o le origini di qualche fatto o manifestazione. In medicina, indica lo studio delle cause, sia esterne sia insite nell’organismo, delle malattie; correntemente, il termine è esteso a indicare la causa stessa di una malattia e il meccanismo con cui essa opera“.

    Lo storico israeliano Ilan Pappé.

    Da un punto di vista psicologico, qualsiasi sofferenza umana va accolta e collocata all’interno di un universo di significati ben preciso: le relazioni familiari, la biografia personale, le “ferite” simboliche accumulate nella vita, i sogni, le speranze. Questo processo è finalizzato alla piena comprensione della condizione esistenziale della persona, a cui segue la messa in atto di un insieme di tecniche e di strategie volte ad innescare un cambiamento positivo.

    E’ di Paul Watzlawick l’idea che “un fenomeno resta inspiegabile finché il campo di osservazione non è abbastanza ampio da includere il contesto in cui il fenomeno si verifica“. Senza questo passaggio che porta alla comprensione, un problema non può essere eradicato.

    Ora, da tali considerazioni possiamo evincere una prassi teorica chiara, da conservare nella mente e agire con il cuore: contestualizzare non è mai minimizzare, né legittimare un atto malvagio. Bisogna resistere al ricatto dell’approccio dicotomico iper-polarizzato, che si esprime attraverso l’identificazione di due gruppi distinti, rigidi e impermeabili: chi sta con Hamas e chi sta con Israele.

    L’establishment politico di Israele e gran parte dei miei occidentali premono affinché non avvenga questo tipo di riflessione profonda, con l’intenzione di ridurre il conflitto più lungo e complesso delle storia umana all’azione di un gruppo di scellerati (Hamas) che, a causa di un mero “odio religioso”, decidono di ammazzare gli ebrei “in quanto ebrei” (direbbe Cerasa, direttore de “Il Foglio”). È un approccio alla questione quanto meno disonorevole. 

    A onor del vero, bisogna dire che è plausibile pensare che diverse componenti di Hamas siano, oggi, dominate dal sentimento dell’antisemitismo, e certamente questo rappresenta un grave problema ed un enorme ostacolo alla pace (per un approfondimento su questo tema, si rimanda all dibattito sullo statuto di Hamas del 1988 e le posizioni antisemite ivi presentate. Si consiglia, inoltre, la lettura di questo articolo e del libro di Paola Caridi). Ed è altrettanto grave constatare l’aumento esponenziale della violenza organizzata dei coloni israeliani, che in particolare modo negli ultimi 25 anni hanno attaccato ed occupato i territori che l’O.N.U. ha assegnato ai palestinesi.

    È utile e doveroso comprendere la radicalità di tali posizioni prendendo in esame un sistema di ragioni, cause e processi storici. E’ questo che va fatto, oggi, nei confronti di quanto vediamo in medio-oriente: non giustificare, ma porre in dialogo l’oggi con il passato, cogliendo le speranze del futuro di intere generazioni israeliane e palestinesi sotto scacco di una élite politica incapace ed eticamente folle. 

    Potremmo riassumere quanto detto attraverso una domanda:

    • Come siamo passati da Arafat e Rabin, ai quali fu consegnato – insieme a Perez, il premio nobel per la pace – ad Hamas e Netanyahu?

    E’ certo che soffocare la popolazione della Striscia di Gaza, tenendola in una condizione che va oltre il disumano non è funzionale al mantenimento della pace; in tal senso si esprimono anche diversi strati della società civile israeliana e tantissimi ebrei nel mondo. La fine dell’oppressione della Striscia di Gaza, la “prigione più grande al mondo“, come l’aveva definita lo storico israeliano Ilan Pappé, deve essere una priorità.

    Se la violenza è – per sua natura – ingiustificabile, la sua comprensione è l’unica via per sconfiggerla.

    L’uomo è guerra? Riflessioni aperte a partire dalla questione israelo-palestinese

    Una rubrica settimanale

    Tempo di lettura: 10’ circa

    L’angoscia e l’impotenza

    Questa rubrica nasce dal’’esigenza di chiarire i pensieri e trovare uno modo per contenere le emozioni che emergono davanti ogni immagine che ci arriva dal conflitto israelo-palestinese, probabilmente la questione geo-politica più complessa e tragica dell’intera storia umana.

    La natura di tale conflitto impone l’abbandono di facili semplificazioni, logiche sportive, polarizzazioni di significato che spesso ottundono i sensi e che a nulla servono. 

    Anche leggere i giornali, informarsi nei vari canali web risulta spesso uno sforzo inutile: molti di noi rimangono sopraffatti dal numero di informazioni, dalla diversificazione delle fonti, dalla paura di non stare raggiungendo la “verità” . E così mollano la presa, si arrendono al fatto che “l’uomo è guerra”: quella in Palestina è l’ennesima, triste, conferma.

    Il senso di impotenza che viviamo di fronte ai corpi dilaniati è immane, e lo affoghiamo nei nostri impegni quotidiani: “Tanto io che cosa posso fare?”. Scivoliamo nel torpore.

    La verità è diventata un “bene di lusso” che spesso non possiamo permetterci, nonostante la post modernità ci abbia indotto a pensare che viviamo nell’epoca col maggior grado di libertà di accesso alle informazioni. Oggi riscontriamo che questa libertà è una menzogna; la maschera è caduta. 

    Abbiamo subito negli ultimi dieci anni l’imposizione di un nuovo paradigma: quello della rigida logica binaria. “Noi/loro”, “West/rest”, “Mondo libero/paesi islamici”, “Provax-Novax” costituiscono esempi che compongono delle griglie di lettura che sempre di più mostrano i limiti di una ragione che separa e non comprende. La criminalizzazione o la demonizzazione delle posizioni dell’altro è una prassi consolidata.

    Oltre ai torti, oltre le ragioni: ritrovare l’umanità perduta

    Ho diversi ricordi della mia infanzia, quando io e i miei fratelli giocavamo a prenderci a cazzotti. “Mamma, Marco mi ha dato “botte” (termine dialettale siculo)”. “No, ha iniziato lui”, replicava prontamente mio fratello. E ricordo ancora bene che mia madre, spazientita e sfiancata (pediatra e madre di 4 figli maschi), ci sgridava: “non mi interessa chi ha iniziato!”. Non fate come fanno Israele e Palestina; non mi interessa chi ha ragione. Smettetela e basta!”. A quel tempo non avevo idea della questione, ma avevo capito che impelagarsi ed arroccarsi nelle ragioni e rivendicazioni – anche quando queste sono evidenti – non sempre serve, soprattutto quando la ricerca delle ragioni sovrasta l’urgenza di un “fermate il fuoco” ogni giorno più urgente. 

    Ho sognato molte volte, dall’origine di questa ennesima escalation, che arrivasse una “madre universale” a bloccare tutto, a salvare tutti quei bambini che sono morti e che continuano a morire. 

    Questo frammento di storia infantile mi aiuta a esprimere l’urgenza che il conflitto in corso si arresti immediatamente. Al momento attuale ritengo che il dibattito pubblico sulle cause di base sia, sostanzialmente, inutile ed irresponsabile. Quando tutto sarà finito, sarà giusto aprire un reale confronto e mettere in atto tutte le azioni necessarie per raggiungere la pace.

    Adesso, è utile chiarire la mia posizione – almeno per l’onestà intellettuale che sento il dovere di avere – che si basa su 4 presupposti irrinunciabili: 

    1. la difesa dei palestinesi e degli israeliani dalla politica coloniale e razzista del sionismo politico e dei partiti di estrema destra, che governano le sorti del paese ebraico;
    2. la difesa e la legittimità dell’esistenza di due stati: Israele e Palestina 
    3. il rifiuto totale di qualsiasi forma di violenza, a prescindere dalle ragioni;
    4. la cura  delle seguenti forme di pregiudizio e razzismo: islamofobia e antisemitismo. 

    Come spero sarà chiaro nel corso di questo percorso/rubrica, questa difesa è rivolta indiscriminatamente a tutte le persone che abitano in Palestina e in Israele. Sarà, inoltre, dimostrata la possibilità di essere a favore di entrambi i popoli e al contempo essere fermi nella volontà di eliminare la politica sionista.

    Queste posizioni nascono dall’esperienza come psicologo sociale e come operatore umanitario impegnato nella cura della salute mentale dei bambini e delle famiglie che vivono nella Striscia di Gaza e, ancor prima, dalla mia assoluta incapacità di tollerare qualsiasi forma ingiustizia. E’ da tale prospettiva che scrivo.

    Sarà data testimonianza della sofferenza psicologica, esistenziale e materiale di un popolo come quello della Striscia di Gaza. Al contempo, sarà dato largo spazio a tutte quelle voci di persone arabe, musulmane, ebree ed israeliane che in tutto il mondo si scagliano contro la politica colonialista e la violenza dello stato di Israele. 

    Lo sforzo è teso a contribuire alla rimozione degli ostacoli alla pace. Una pace che, certamente, non avverrà solo perchè si dimostrano i crimini di Israele o le colpe degli stati arabi nelle varie guerre che si sono succedute a partire dal 1948. Su questo si sono impegnati intellettuali del calibro di Pappè, Chomsky e tanti altri. Ma nulla è mutato.

    Sono fermo nel credere che il cambiamento possa partire solo dal radicarsi nell’unica dimensione incorruttibile ed inalienabile che abbiamo a disposizione: il senso di umanità. Solo attraverso il recupero pieno dei sentimenti della tenerezza e della compassione, della protezione della vita, dell’amore verso il vivente è possibile riconoscersi nell’ “Altro”, coltivando il valore della fratellanza (parola passata di moda) con qualsiasi persona, a prescindere dalla sua origine (nazionale, culturale, religiosa, etnica, di genere, ecc).

    Ritengo che tale impostazione sia utile anche a moderare le personali simpatie e le proprie ideologie (anche io ne ho), spesso presenti in modo sommesso ed inconsapevole. Solo così potremmo ribellarci e agire senza paura verso ogni malvagità, spazzando via l’angoscia che ci sussurra che la natura dell’uomo coincide con la logica della guerra. 

    Così come le forme di vita da cui discendiamo hanno imparato a respirare fuori dall’acqua, così oggi possiamo imparare a guardare negli occhi un qualsiasi essere umano ed essere invasi da quell’esperienza che ci fa sentire che lui/lei “è mio fratello, è mia sorella”. 

    Certamente questo percorso sarà intriso di riferimenti e fatti politici, storici, sociali. Tutti temi saranno trattati come espedienti per delineare orizzonti che nemmeno chi scrive sa immaginare. 

    L’invito è quello di lavorare insieme. 

    P.S.: Questo articolo rappresenta l’inizio di un cammino. Gli articoli che seguiranno si alterneranno a delle occasioni di confronto (da remoto sulla nostra piattaforma zoom) insieme a professionisti, attivisti e personalità che ci aiuteranno a sviluppare riflessioni utili alla riduzione della sbornia cognitiva a cui siamo sottoposti.